Intimidazioni e coraggio a Lamezia, la lotta quotidiana per una vera rinascita

Mentre gli attentati continuano a colpire il tessuto produttivo, la testimonianza di un imprenditore e il ruolo dell’Ala ricordano che la legalità non è un principio astratto ma una scelta quotidiana

C’è una Lamezia che trema e una Lamezia che resiste. Due facce della stessa città che, ancora una volta, si sfiorano nel giro di poche ore: da un lato gli attentati intimidatori, dall’altro la scelta, forte e irreversibile, di un imprenditore che non si è piegato. E forse, proprio in questa contraddizione, sta la fotografia più nitida del momento che il territorio sta attraversando. Da una parte una criminalità che continua a lanciare segnali, a colpire negozi, commercianti e imprenditori. Segnali che parlano il linguaggio dell’arroganza, dell’intimidazione anonima, del tentativo di riaffermare un potere che si vuole occulto ma che continua a contaminare la vita sociale ed economica della città. Dall’altra c’è invece una rete che non arretra: fatta di persone, associazioni, istituzioni e imprese che hanno compreso che il silenzio, oggi, è più pericoloso dei proiettili.

In Tribunale a testa alta

In Tribunale a testa alta

È in questo contesto che si inserisce il gesto di Simone Aiello, socio dell’Associazione Antiracket Lametina Ala, ascoltato ieri dal Tribunale collegiale penale di Catanzaro come testimone in un processo nato anche grazie alla sua denuncia. Un racconto lineare, pulito, coraggioso: Aiello ha descritto minacce e pressioni subite durante i lavori edili condotti dalla sua ditta, ha fatto nomi e cognomi senza tentennamenti, mantenendo – come ha sottolineato l’associazione – “la schiena dritta”.

Un’espressione che vale più di qualsiasi oratoria, perché riassume ciò che in città manca e ciò che, urgentemente, occorre tornare a coltivare. La sua non è solo una deposizione processuale. È il punto visibile di un percorso iniziato anni fa e sostenuto da Ala passo dopo passo: dalla denuncia, ai momenti più complessi del procedimento, fino alla presenza numerosa degli imprenditori associati ieri nell’aula del Tribunale. Una presenza che non è simbolica, ma politica – nel senso più alto del termine: dire a chi denuncia che non sarà lasciato solo.

Protocollo in Prefettura

E non a caso, nello stesso giorno, a Lamezia si compiva un altro tassello: la firma in Prefettura del nuovo Protocollo contro usura ed estorsione, un patto rafforzato fra istituzioni, forze dell’ordine, parti sociali e associazioni antiracket. Un impegno che – almeno sulla carta – riconosce finalmente il ruolo cruciale di quelle realtà che da anni lavorano nel territorio per costruire fiducia, accompagnamento, prossimità. Il lavoro di Ala, attraverso lo sportello attivo al Civico Trame, è parte di questo disegno: accoglienza, orientamento, tutela. Ma soprattutto un messaggio chiaro: denunciare si può, denunciare conviene, denunciare è un atto di responsabilità verso la propria impresa e verso la città. Ed è forse questo il punto della fase che Lamezia sta vivendo oggi: la necessità di passare dalla narrazione della paura alla costruzione collettiva del coraggio. Perché il territorio, lo si voglia o no, è arrivato a un bivio.

Non voltarsi dall’altra parte

O resta imprigionato nella ritualità delle condanne istituzionali, delle sedute aperte, dei documenti votati all’unanimità – parole necessarie, ma non sufficienti. Oppure sceglie una strada diversa, quella che ieri qualcuno ha imboccato con determinazione: non voltarsi dall’altra parte, non accettare più come “normale” ciò che normale non deve essere, non lasciare che la violenza riscriva ancora una volta le regole dell’economia e della convivenza civile. La storia di Aiello lo dimostra: la paura non scompare da sola, ma può essere ridimensionata quando diventa un problema condiviso. E oggi, in una città ferita ma non arresa, c’è bisogno esattamente di questo: di una comunità che decida da che parte stare. Oltre i proclami, gli attentati e il silenzio.

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