Dopo oltre due decenni di silenzio, la verità sulla scomparsa di Massimo Speranza, detto “il Brasiliano”, inizia finalmente a emergere. Questa mattina, su disposizione della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, gli agenti del Centro Operativo Dia hanno eseguito cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere. I destinatari del provvedimento sono accusati, a vario titolo, di aver preso parte all’omicidio del giovane, avvenuto nel settembre del 2001 con la modalità della “lupara bianca”.
L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Catanzaro, si è basata su dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su riscontri investigativi che hanno permesso di ricostruire la dinamica del delitto e di individuare i presunti mandanti ed esecutori. Sebbene l’indagine sia ancora nella fase preliminare e necessiti della verifica processuale, gli elementi raccolti hanno convinto il GIP ad emettere le misure cautelari.
L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Catanzaro, si è basata su dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su riscontri investigativi che hanno permesso di ricostruire la dinamica del delitto e di individuare i presunti mandanti ed esecutori. Sebbene l’indagine sia ancora nella fase preliminare e necessiti della verifica processuale, gli elementi raccolti hanno convinto il GIP ad emettere le misure cautelari.
Nel cuore della faida tra rom e italiani
Massimo Speranza, nato nel 1980, scomparve l’11 settembre 2001 senza lasciare traccia. La sua morte si inserisce nel sanguinoso contesto della guerra di mafia che, a cavallo tra gli anni ’90 e 2000, insanguinò Cosenza. Da un lato, il potente clan rom, dall’altro il gruppo degli “italiani”. In questa lotta di potere e vendette incrociate, si consumò anche la strage di via Popilia, avvenuta l’11 novembre 2000, uno degli episodi più cruenti di quel periodo.
Speranza, pur vivendo nella zona a forte presenza Rom di via Popilia, era considerato vicino al gruppo rivale. Un sospetto pesantissimo, aggravato dall’accusa di aver divulgato informazioni riservate. Secondo gli inquirenti, fu proprio questa convinzione a decretarne la condanna a morte.
La trappola mortale
Il giovane sarebbe stato attirato con l’inganno in una trappola mortale. Gli assassini, fingendo di coinvolgerlo in un affare di droga, lo convinsero a seguirli fuori città con la promessa di fargli testare una partita di stupefacente di qualità. Partiti da Cosenza, fecero una prima sosta a Lauropoli, poi ad Apollinara, per infine giungere a San Demetrio Corone, dove la sua vita si concluse con un’esecuzione a colpi di arma da fuoco.
Il corpo non fu mai ritrovato. Come in molte esecuzioni di mafia, il cadavere venne occultato per impedire ogni possibilità di sepoltura e indagine.