Dopo 24 anni la verità su un omicidio: cinque arresti per la morte di Massimo Speranza

L’11 settembre 2001 scomparve nel nulla, ucciso con una trappola mortale. Era sospettato di tradimento nella guerra tra clan di Cosenza

Dopo oltre due decenni di silenzio, la verità sulla scomparsa di Massimo Speranza, detto “il Brasiliano”, inizia finalmente a emergere. Questa mattina, su disposizione della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, gli agenti del Centro Operativo Dia hanno eseguito cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere. I destinatari del provvedimento sono accusati, a vario titolo, di aver preso parte all’omicidio del giovane, avvenuto nel settembre del 2001 con la modalità della “lupara bianca”.

L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Catanzaro, si è basata su dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su riscontri investigativi che hanno permesso di ricostruire la dinamica del delitto e di individuare i presunti mandanti ed esecutori. Sebbene l’indagine sia ancora nella fase preliminare e necessiti della verifica processuale, gli elementi raccolti hanno convinto il GIP ad emettere le misure cautelari.

L’inchiesta, coordinata dalla Dda di Catanzaro, si è basata su dichiarazioni di collaboratori di giustizia e su riscontri investigativi che hanno permesso di ricostruire la dinamica del delitto e di individuare i presunti mandanti ed esecutori. Sebbene l’indagine sia ancora nella fase preliminare e necessiti della verifica processuale, gli elementi raccolti hanno convinto il GIP ad emettere le misure cautelari.

Nel cuore della faida tra rom e italiani

Massimo Speranza, nato nel 1980, scomparve l’11 settembre 2001 senza lasciare traccia. La sua morte si inserisce nel sanguinoso contesto della guerra di mafia che, a cavallo tra gli anni ’90 e 2000, insanguinò Cosenza. Da un lato, il potente clan rom, dall’altro il gruppo degli “italiani”. In questa lotta di potere e vendette incrociate, si consumò anche la strage di via Popilia, avvenuta l’11 novembre 2000, uno degli episodi più cruenti di quel periodo.

Speranza, pur vivendo nella zona a forte presenza Rom di via Popilia, era considerato vicino al gruppo rivale. Un sospetto pesantissimo, aggravato dall’accusa di aver divulgato informazioni riservate. Secondo gli inquirenti, fu proprio questa convinzione a decretarne la condanna a morte.

La trappola mortale

Il giovane sarebbe stato attirato con l’inganno in una trappola mortale. Gli assassini, fingendo di coinvolgerlo in un affare di droga, lo convinsero a seguirli fuori città con la promessa di fargli testare una partita di stupefacente di qualità. Partiti da Cosenza, fecero una prima sosta a Lauropoli, poi ad Apollinara, per infine giungere a San Demetrio Corone, dove la sua vita si concluse con un’esecuzione a colpi di arma da fuoco.

Il corpo non fu mai ritrovato. Come in molte esecuzioni di mafia, il cadavere venne occultato per impedire ogni possibilità di sepoltura e indagine.

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