Succede in Calabria, ancora una volta, qualcosa che non dovrebbe succedere da nessuna parte: un uomo di 93 anni, con una frattura del femore, viene rifiutato prima dall’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia e poi dal Gom di Reggio Calabria. Non ci sono posti, gli dicono. E così l’anziano torna a casa, affidato alle cure impossibili di un fratello 84enne, altrettanto fragile, altrettanto impotente. Una scena che, da sola, basterebbe a descrivere lo stato della sanità calabrese meglio di qualunque indice, parametro o piano di rientro.
La denuncia del medico di base
La denuncia del medico di base
A raccontare la vicenda è Il Vibonese, con un articolo firmato da Enrico De Girolamo, che riporta la denuncia della dottoressa di base, Donatella Fazio. Una denuncia che è un pugno nello stomaco: “Il mio paziente è stato rimandato a casa a morire», dice la medica. E mentre lo dice, centinaia di calabresi – sui social del giornale – confermano che questa non è un’eccezione, ma una normalità terribile: fratture del femore lasciate lì per giorni, reparti saturi, gente anziana che vaga da un pronto soccorso all’altro come fosse in un campo profughi sanitario.
Telefona il commissario Battistini
Poi succede qualcosa che è insieme rivelatore e inquietante. Dopo meno di un’ora dalla pubblicazione dell’articolo, al giornale chiama direttamente il generale Antonio Battistini, oggi commissario dell’Asp di Catanzaro ed ex commissario dell’Asp di Vibo. Una telefonata che vale più di tante analisi tecniche: “Pronto? Sono Battistini. Un posto a Soverato o Lamezia lo troviamo noi. Un paziente in quelle condizioni non può essere rimandato a casa”. Che un commissario debba intervenire così – solo perché la vicenda è finita sui giornali – è la vera notizia, e anche la vera tragedia. Perché certifica ciò che ormai tutti vedono: la sanità calabrese si muove solo quando scoppia lo scandalo, quando un articolo diventa troppo condiviso per essere ignorato. Un sistema che reagisce a posteriori, per eccezioni, per emergenze di immagine, non per procedure, non per diritti.
Il ritorno al Pronto soccorso
Intanto l’anziano, seguendo il consiglio del suo medico, torna al Pronto soccorso di Vibo. Torna dove era stato rifiutato. Torna in attesa, ancora. Due fratelli, 93 e 84 anni, seduti su una sedia in un corridoio, come sospesi in un limbo che non dovrebbe esistere in nessuna regione d’Italia. E questo è il punto più duro, quello che va detto senza giri di parole: non è normale che il diritto alle cure dipenda dal fatto che qualcuno se ne accorga, o dal fatto che un commissario “ci metta la voce” dopo aver letto un giornale. Non è normale che un uomo con una frattura del femore possa essere rispedito a casa perché non ci sono posti letto. Non è normale che due anziani debbano farsi forza l’un l’altro in un sistema che li ha semplicemente abbandonati.
L’ennesima prova del fallimento
La storia raccontata non è solo cronaca. È un atto d’accusa. È lo specchio di una regione in cui la vita dei cittadini più fragili non è protetta, ma lasciata alla fortuna, alle coincidenze, alle telefonate dell’ultimo minuto. È un fallimento che non può più essere sprecato nel silenzio. Perché se accettiamo che un 93enne con il femore rotto debba “rincorrere” un posto letto, allora abbiamo perso non solo una battaglia sanitaria: abbiamo smarrito il senso stesso di cosa significhi essere una comunità che si prende cura dei propri anziani.


