Sanità calabrese, i fondi ci sono ma le macchine no. Milioni bloccati mentre gli ospedali restano indietro

Una denuncia documentata di Comunità Competente riporta al centro i ritardi nel rinnovamento tecnologico degli ospedali. I dati mostrano una sanità che, nonostante le risorse disponibili, continua a pagare il prezzo dell’inefficienza

La sanità calabrese continua a scontare una delle sue debolezze più gravi: strutture ospedaliere costrette a lavorare con apparecchiature superate, mentre migliaia di pazienti sono costretti a spostarsi fuori regione per ricevere cure adeguate. Una situazione che non è solo sanitaria, ma anche economica, perché la mobilità passiva costa alla Calabria oltre 300 milioni di euro l’anno. A riportare l’attenzione su questo paradosso è una forte e documentata denuncia di Comunità competente, l’organismo civico che da anni monitora l’attuazione delle politiche sanitarie regionali, attraverso il suo portavoce Rubens Curia. I numeri diffusi mostrano come un piano nato per modernizzare gli ospedali rischi di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata.

Un piano nato per colmare il divario

Un piano nato per colmare il divario

Negli anni scorsi erano state messe a disposizione risorse ingenti per rinnovare le tecnologie sanitarie della Calabria. Oltre 82 milioni di euro provenienti dallo Stato, a cui la Regione ha aggiunto un cofinanziamento del 5%, per un totale di circa 86,5 milioni di euro destinati all’acquisto di grandi apparecchiature. L’obiettivo era duplice: migliorare la qualità delle cure e ridurre l’emorragia di pazienti verso altre regioni, garantendo negli ospedali calabresi strumenti moderni per diagnosi e terapie.

Macchinari vecchi e servizi a rischio

A certificare l’urgenza di questo intervento è stata Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Nel programma di ammodernamento tecnologico approvato a livello commissariale, Agenas ha segnalato che 59 apparecchiature erano ormai obsolete, con un’età superiore ai sette anni. Tra quelle da sostituire figuravano tac, mammografi, risonanze magnetiche e angiografi, macchine fondamentali per la diagnosi precoce dei tumori, per le emergenze cardiovascolari e per molte altre patologie gravi. Il piano prevedeva l’acquisto complessivo di 85 grandi apparecchiature da installare in tempi rapidi.

Scadenze fissate, obiettivi mancati

Il Programma operativo 2022–2025 stabiliva che tutti i contratti di fornitura dovessero essere firmati entro il 31 marzo 2025. Ma, come documenta Comunità competente nelle sue analisi, quella scadenza è stata ampiamente disattesa. Alla fine di maggio 2025 risultavano impegnati soltanto 34,2 milioni di euro, poco più di un terzo delle risorse disponibili, per l’acquisto di appena 41 apparecchiature sulle 85 previste. Oltre 50 milioni di euro restano quindi inutilizzati mentre gli ospedali continuano a lavorare in condizioni di arretratezza tecnologica.

Aziende sanitarie a macchia di leopardo

La mappa degli acquisti mostra una Calabria a più velocità. Nessuna azienda sanitaria o ospedaliera ha completato la propria quota. L’Azienda sanitaria di Crotone ha acquistato 4 apparecchiature su 10 previste; quella di Catanzaro solo 1 su 6. Cosenza è arrivata a 11 su 19, Vibo Valentia a 3 su 6, Reggio Calabria a 4 su 7. L’azienda ospedaliera di Cosenza è ferma a 3 su 5, l’azienda universitaria di Catanzaro a 7 su 19, mentre il grande ospedale metropolitano di Reggio Calabria ha raggiunto 8 su 13. Numeri che, secondo Comunità competente e Rubens Curia, dimostrano l’assenza di una regia efficace e di un coordinamento in grado di portare a termine un programma strategico.

Un nodo politico e istituzionale

La domanda che emerge dalla denuncia è netta: chi sta rallentando questo processo? Il livello ministeriale, la struttura commissariale regionale o le singole aziende sanitarie? Fare chiarezza, sottolinea Comunità competente, non è solo un dovere amministrativo ma una necessità civile. Perché ogni apparecchiatura non acquistata significa diagnosi più lente, liste d’attesa più lunghe e un diritto alla salute che, ancora una volta, rischia di restare sulla carta.

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