Sono tornati. Spavaldi, sfrontati, forse anche più forti di prima. Perché in fondo lo Stato è anche ciò che tollera, che lascia sedimentare; ciò che non intercetta in tempo. E non può essere una casualità se la criminalità rialza la testa a poche settimane dalle numerose scarcerazioni di imputati e condannati coinvolti negli ultimi maxiprocessi alle cosche vibonesi. I segnali ci sono tutti. E sono segnali che il passato avrebbe dovuto insegnare a non sottovalutare. Le notti appena trascorse sono state pesanti per Vibo Valentia. Non un episodio isolato, ma una doppia intimidazione che racconta un disegno preciso: colpire il lavoro, colpire l’economia, colpire i simboli di normalità.
La notte degli incendi
Il primo fronte è quello del cantiere pubblico. Un incendio ha preso di mira la ditta impegnata nella realizzazione della nuova mensa scolastica della Buccarelli, plesso che ospita classi di primo e secondo grado. Un’opera destinata ai bambini, alle famiglie, alla quotidianità di un quartiere. Sul posto sono intervenuti gli investigatori della Squadra Mobile, che stanno ricostruendo dinamica e responsabilità. Ma non è stato l’unico atto intimidatorio. Nel quartiere Affaccio, in via Giovanni XXIII, a poche centinaia di metri dalla scuola, una bottiglia contenente liquido infiammabile è stata lasciata davanti alla saracinesca della macelleria Chiarello, una delle attività commerciali più note e storiche della città. A ritrovarla, nelle prime ore del mattino, è stato il titolare, che ha immediatamente sporto denuncia. I carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia hanno avviato i rilievi e stanno visionando le immagini degli impianti di videosorveglianza della zona. Due episodi diversi, stessa via, stessa notte. Troppo per parlare di coincidenze.
Pressioni silenziose, segnali antichi
E mentre emergono i fatti di cronaca, filtrano anche pressioni, avvicinamenti, messaggi non detti a ristoratori e commercianti. Si presentano sotto vesti rassicuranti, quasi dimessi. Agnellini, in apparenza. Ma dietro ci sono i criminali di sempre, quelli che nel carcere hanno accumulato rispetto, relazioni, “gradi”. Quasi tutti attendono ancora una condanna definitiva e forse torneranno in carcere. Ma ci vorranno anni. Quanto basta per fare capire che comandano loro. Il copione è noto. Cambiano i nomi, non i metodi. Si torna a battere cassa, perché ci sono processi da saldare, equilibri da ristabilire, soldi che servono.
Un allarme che riguarda tutti
È un allarme criminalità che non può essere archiviato come una parentesi. Colpire un’attività commerciale storica e un’opera pubblica significa lanciare un messaggio chiaro: nessuno è intoccabile. Né chi lavora, né chi investe, né chi costruisce futuro. Il passato recente di Vibo Valentia dovrebbe insegnare che questi segnali, se ignorati, diventano sistema. E che le “nuove” leadership criminali non nascono all’improvviso: avanzano quando trovano spazio, paura, rassegnazione. Sono tornati. La domanda, oggi, non è se sia vero. Ma se la città (e lo Stato) siano pronti a dimostrare che questa volta non troveranno terreno fertile.


