Il ciclone che ha devastato Catanzaro Lido svela tutte le fragilità calabresi: non è stata solo una tempesta

Onde come palazzi, strade sepolte da fango e detriti, città piegate ma non spezzate. L’evento estremo riaccende il tema della fragilità strutturale della Calabria

Danni incalcolabili. Fango ovunque. Detriti trascinati per chilometri. Mobili accatastati sulle strade come dopo una guerra. Catanzaro Lido è stata travolta dal ciclone mediterraneo, un evento di una violenza impressionante che ha lasciato dietro di sé un bilancio drammatico, per fortuna senza vittime. Un miracolo, a dirla tutta.

Onde alte sedici metri, l’equivalente di un palazzo di quattro piani, hanno colpito la costa con una forza mai vista. Una furia che ha piegato infrastrutture, scoperchiato certezze e mostrato, senza più filtri, quanto la Calabria sia esposta, vulnerabile, impreparata. Chi ha approfittato del weekend appena trascorso per una “passeggiata” sul lungomare ha potuto toccare con mano ciò che fino a pochi giorni fa conosceva solo per sentito dire. Catanzaro Lido, per molti, era un nome legato alla notte di Capodanno e allo spettacolo Rai finanziato dalla Regione. Oggi è il simbolo di una ferita aperta.

Il colpo della realtà

In queste ore, accanto allo scenario di devastazione, emerge anche un altro volto della Calabria: quello di chi si rimbocca le maniche, spalando fango, ripulendo strade, tentando di rimettere in piedi pezzi di quotidianità. Una risposta dignitosa, concreta, ma che arriva – come troppo spesso accade – solo dopo. Perché il problema non è il ciclone. Il problema è ciò che lo ha reso così devastante.

Mancano la programmazione, la prevenzione, la capacità di leggere i segnali. I pericoli non si vedono o, peggio, si scelgono di ignorare. Si concede tutto, si costruisce ovunque, si interviene con lavori fragili, destinati a crollare alla prima mareggiata seria. Figuriamoci davanti a un evento estremo.

Fragilità strutturale

La “ventata mediatica” di queste ore – come scrive la Gazzetta del Sud – ha spinto finalmente la Calabria sconosciuta in prima fila. È servito un ciclone perché anche a Roma si accorgessero delle fragilità naturali di questa terra, esasperate da decenni di consumo del suolo senza freni. Secondo Mauro La Russa, nuovo direttore del Dipartimento Dibest dell’Università della Calabria, il punto è più profondo: “Bisognerebbe fare un passo indietro e guardare alla fragilità geologica della Calabria”. Una regione collocata lungo il margine di convergenza tra la placca africana e quella eurasiatica, soggetta a compressioni costanti, movimenti tettonici continui, dissesti strutturali. Un quadro naturale complesso, aggravato da scelte umane dissennate.

Quando l’uomo peggiora tutto

Costruzioni ovunque. Cemento anche dove non si poteva. Fiumi deviati, alvei strozzati, coste aggredite. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: dissesto idrogeologico diffuso, erosione costiera lungo circa 800 chilometri di litorale, in una regione altamente sismica, segnata dal colore più scuro nella carta sismica d’Italia. La natura presenta il conto. E lo fa con interessi altissimi.

Il caso Vibo Marina

È inevitabile, a questo punto, pensare ad altri luoghi, ad altre scelte ancora in discussione. Vibo Marina è uno di questi. Qui è al vaglio della Conferenza dei servizi il rinnovo di una concessione per uno stabilimento di idrocarburi collocato a meno di 50 metri dal mare. Dopo Catanzaro Lido, dopo onde alte come palazzi, dopo strade cancellate, dopo fango e detriti, la domanda non è più se sia opportuno. La domanda è se sia responsabile.

Se cominciassimo a fotografare davvero le coste calabresi – una per una – ci renderemmo conto dei rischi enormi a cui continuiamo ad esporci. E di quanto poco basti, oggi, perché un evento estremo si trasformi in una tragedia annunciata.

La lezione mancata

Il ciclone ha risparmiato vite umane. Ma non deve risparmiare la memoria. Perché se tutto finirà, ancora una volta, con una conta dei danni e qualche promessa, allora la prossima volta non potremo più parlare di fatalità. Saremo solo di fronte alle conseguenze di scelte sbagliate, reiterate, ostinatamente difese. E a quel punto, nessuna onda sarà più “imprevista”.

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