Giustizia in affanno, la Calabria ora non ce la fa più

Inaugurato l’anno giudiziario tra allarmi sulla ’ndrangheta, processi mastodontici e uffici al limite. Le relazioni fotografano un sistema che regge solo grazie al sacrificio di chi lavora dentro i tribunali

L’inaugurazione dell’anno giudiziario in Calabria, tra le Corti d’appello di Catanzaro e Reggio Calabria, restituisce ancora una volta l’immagine di una giustizia ferita in profondità. Una piaga che nessuna riforma potrà mai rimarginare se non si interviene seriamente sugli organici, sulle risorse e sull’organizzazione degli uffici. Le relazioni lette sono, nei fatti, un unico lungo atto d’accusa: contro la pervasività della ’ndrangheta, contro la mole ingestibile dei procedimenti, contro un sistema che rischia di implodere. La politica, però, continua a far finta di nulla.

Catanzaro, l’emergenza criminale non arretra

Dal Distretto di Catanzaro arriva l’allarme più netto. Il procuratore generale Giuseppe Lucantonio ha evidenziato come il dato criminogeno più preoccupante resti l’aumento dei delitti di criminalità organizzata di stampo ’ndranghetistico: associazioni mafiose, reati aggravati dal metodo mafioso, armi, estorsioni e omicidi. Un fenomeno che, elemento ancora più inquietante, vede crescere il coinvolgimento dei minori, sia sul piano penale che su quello civile, con un aumento dei procedimenti di tutela per figli di famiglie mafiose e di collaboratori di giustizia.

In espansione anche i reati da “codice rosso”: violenze sessuali, stalking, revenge porn, maltrattamenti in famiglia. Una crescita dei casi denunciati che racconta un disagio profondo, pur in assenza – fortunatamente – di femminicidi nel periodo considerato.

’Ndrangheta asfissiante, magistrati sotto pressione

La presidente della Corte d’appello di Catanzaro, Concettina Epifanio, ha parlato senza giri di parole di una presenza “asfissiante e pervasiva” della ’ndrangheta, capace di condizionare economia, istituzioni e società civile, e di perpetuarsi di generazione in generazione. Un potere criminale che impone uno sforzo enorme alla Direzione distrettuale antimafia: metà dell’organico della Procura è impegnato sul fronte Dda, con carichi di lavoro gravosissimi e continui spostamenti sul territorio.

Reggio Calabria, maxi-processi e uffici allo stremo

Sull’altro versante dell’asse calabrese, Reggio Calabria racconta una crisi diversa ma altrettanto strutturale. La presidente della Corte d’appello Caterina Chiaravalloti ha descritto una giurisdizione schiacciata da numeri elevatissimi di procedimenti a fronte di organici a lungo insufficienti. I maxi-processi di criminalità organizzata, con imputazioni ipertrofiche e montagne di atti, hanno assorbito risorse per anni, rallentando l’attività ordinaria e accumulando arretrati soprattutto nel civile.

Solo di recente si è arrivati a una quasi completa copertura della pianta organica, ma gli effetti positivi sono ancora tutti da verificare. Intanto restano criticità serie: annullamenti in Cassazione, problemi nella redazione delle sentenze, procedimenti per ingiusta detenzione e tempi di definizione sempre più lunghi.

Imprese sequestrate: lo Stato che perde

Nel suo intervento, il procuratore generale di Reggio Calabria Gerardo Dominijanni ha puntato il dito contro un altro nervo scoperto: la gestione delle imprese sequestrate alla ’ndrangheta. Aziende che, invece di essere risanate, finiscono spesso per essere portate alla rovina, anche a causa del blocco immediato dei fidi bancari. Un paradosso che penalizza lo Stato e distrugge posti di lavoro. Il protocollo con gli istituti di credito rappresenta un primo passo, ma il problema resta strutturale. Duro anche l’affondo sugli amministratori giudiziari riluttanti a partecipare ai bandi per la demolizione degli immobili abusivi: una situazione definita “inaccettabile”.

Un grido che resta inascoltato

Da Catanzaro a Reggio Calabria, le relazioni dell’anno giudiziario compongono un coro unanime: la giustizia calabrese regge solo grazie all’abnegazione di magistrati e operatori, ma è esposta a ferite profonde. Senza un intervento serio sugli organici, senza scelte politiche coraggiose, ogni inaugurazione rischia di diventare l’ennesimo rituale del lamento. Un pianto istituzionale che tutti ascoltano, ma che nessuno, ancora, sembra voler davvero affrontare.

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