La riforma della giustizia continua a infiammare il dibattito pubblico e a spostare il confronto ben oltre il merito dei quesiti referendari. A tornare al centro della scena è Nicola Gratteri, che in un’intervista a la Repubblica ha scelto di chiarire, senza arretrare, la propria posizione dopo giorni di polemiche politiche. “Vogliono continuare a strumentalizzare ancora per settimane le mie parole? Facciano pure. Penso che in tanti abbiano capito”, taglia corto il magistrato, lasciando intendere che il clamore sollevato attorno alle sue dichiarazioni abbia ormai superato il confine del confronto civile per entrare in quello della battaglia politica. Il clima, del resto, si è rapidamente surriscaldato. Da un lato esponenti del centrodestra che chiedono scuse, dall’altro una parte della magistratura e dell’opinione pubblica che difende il diritto del procuratore di esprimere il proprio pensiero.
Lo scontro istituzionale e il caso Csm
A pesare sul contesto generale anche le parole di un ministro che ha definito il Consiglio superiore della magistratura come un sistema «para-mafioso». Un’espressione che Gratteri non ha alcuna intenzione di lasciar passare sotto silenzio. “Queste parole non si commentano nemmeno. O si commentano da sole. In ogni caso sono inaccettabili”, afferma con durezza, richiamando al rispetto delle istituzioni e al rischio di delegittimare organi fondamentali dello Stato nel pieno di una campagna referendaria. Un passaggio che segna il livello di tensione raggiunto: non più solo una discussione sulla riforma, ma uno scontro che coinvolge direttamente magistratura, politica e credibilità delle istituzioni.
“Frasi estrapolate e decontestualizzate”
Gratteri torna poi sul cuore della polemica, quelle dichiarazioni che hanno scatenato reazioni a catena. Secondo il procuratore, il problema nasce da una lettura parziale delle sue parole. “Ho chiarito subito il contesto: si trattava di pochi secondi estrapolati da un dialogo molto più ampio, inserito in un ragionamento sulle zone grigie e sul contrasto alla criminalità organizzata. Chi ha seguito tutto non credo sia stato colto da dubbi”. Una precisazione che però non ha fermato le richieste di scuse, arrivate in particolare da Matteo Salvini e da diversi esponenti del centrodestra.
“Non ho mai diviso il Paese tra buoni e cattivi”
Sul punto, Gratteri respinge con decisione l’accusa di aver etichettato gli elettori. “Scusarmi di cosa? In un Paese democratico ho espresso un’opinione. Ho detto che voteranno sì certamente le persone a cui il sistema previsto dalla riforma conviene. Non ho mai sostenuto che chi vota sì non sia una persona perbene o appartenga a centri di potere, come qualcuno vuole far credere”. Una distinzione che il magistrato considera fondamentale, ma che nel frastuono della campagna referendaria è finita, a suo dire, travolta da semplificazioni e forzature.
La scelta di continuare la campagna per il no
Alla domanda se intenda andare avanti nella mobilitazione contro la riforma, la risposta è netta e senza tentennamenti. “Sì, fino all’ultimo giorno. Con le mie forze, rinunciando a tanti inviti, andando anche da solo. Con la mia faccia e le mie idee. Parlerò del merito della riforma, di ciò che cambia e di quello che rischia di essere messo in pericolo”. Un impegno che conferma come Gratteri non abbia alcuna intenzione di arretrare di fronte alle polemiche, rivendicando il diritto – e il dovere -di intervenire su una riforma che considera decisiva per il futuro della giustizia italiana. In un clima sempre più acceso, il referendum appare ormai meno come una discussione tecnica sulle regole del sistema giudiziario e sempre più come uno scontro politico e simbolico tra poteri dello Stato.
E mentre le dichiarazioni vengono sezionate, rilanciate e contestate, il rischio concreto è che il merito della riforma finisca ancora una volta sullo sfondo, soffocato dal rumore della polemica.


