Il caso dei depositi costieri della Meridionale Petroli riaccende il confronto politico e istituzionale sul futuro del porto di Vibo Valentia. Ma per il Partito Democratico è necessario riportare il dibattito entro confini giuridici certi, distinguendo con nettezza tra competenze comunali e poteri dell’Autorità di Sistema Portuale. Il documento, firmato dalla segretaria provinciale Teresa Esposito e dal responsabile Ambiente Angelo Calzone, punta a fare chiarezza su quelli che vengono definiti “equivoci strumentali” e ricostruisce il quadro normativo che disciplina le aree demaniali portuali.
Il nodo del PSC: non poteva bloccare la concessione
Il primo punto affrontato riguarda la tesi, sostenuta da esponenti dell’opposizione e da altri soggetti, secondo cui una modifica del Piano Strutturale Comunale avrebbe potuto impedire il rinnovo della concessione demaniale alla Meridionale Petroli. Per il Pd si tratta di una ricostruzione priva di fondamento giuridico. Implicita la replica a Stefano Luciano. La legge 84 del 1994 attribuisce infatti all’Autorità di Sistema Portuale la competenza pianificatoria primaria sulle aree demaniali portuali, attraverso il Piano Regolatore Portuale. Si tratta di uno strumento che gode di un regime di specialità e prevalenza rispetto alla pianificazione urbanistica comunale per quanto concerne le aree interne al porto.
In altre parole, anche una eventuale variante al PSC che modificasse la destinazione d’uso – ad esempio da industriale a turistica – non avrebbe avuto la forza di determinare automaticamente il diniego del rinnovo della concessione, finché il Piano Regolatore Portuale avesse continuato a considerare quell’attività compatibile con le funzioni portuali. Da qui la conclusione politica del Pd: le critiche rivolte all’amministrazione comunale per non aver approvato una variante “decisiva” al PSC sarebbero giuridicamente deboli, perché basate su una lettura non coerente con il quadro normativo vigente.
Conferenza dei Servizi e poteri reali
Altro elemento su cui il documento interviene è la Conferenza dei Servizi conclusa il 3 febbraio 2026, al centro anche di un’opposizione al Consiglio dei Ministri promossa da soggetti come Italia Nostra. Il Pd precisa che la determina di conclusione positiva della Conferenza non coincide con il provvedimento finale di concessione o di rinnovo. Il verbale sancisce la compatibilità tecnica, paesaggistica e urbanistica dell’istanza e costituisce la base tecnico-amministrativa per il rilascio del titolo, ma non esaurisce il procedimento.
Nel testo della determina è scritto espressamente che l’atto viene trasmesso quale proposta motivata di conclusione del procedimento, in conformità alle risultanze istruttorie, affinché si proceda alle determinazioni finali di competenza, dando atto che l’istruttoria tecnica-amministrativa è da considerarsi conclusa con esito favorevole. Resta infatti in capo all’Autorità marittima un margine discrezionale nella valutazione della durata più congrua della concessione. Inoltre, secondo l’orientamento del Consiglio di Stato (parere 01069/2019), il Comune non avrebbe in via generale la legittimazione a proporre opposizione ai sensi dell’articolo 14-quinquies, con il rischio concreto di inammissibilità del ricorso.
Porto strategico: energia e commercio
Il Pd non si limita alla difesa tecnica dell’operato amministrativo, ma indica una prospettiva politica più ampia. Il porto di Vibo Valentia, si legge nel documento, deve mantenere la sua funzione strategica sotto il profilo energetico e commerciale. Mortificarne il ruolo significherebbe indebolire uno snodo fondamentale per l’economia del territorio. Non emerge la scelta chiara e coraggiosa in passato spesso sbandierata. La proposta è quella di conciliare sviluppo, sicurezza e tutela ambientale, ipotizzando la collocazione dei depositi in aree esterne all’abitato, con collegamenti alle banchine attraverso oleodotti sotterranei. Una soluzione che consentirebbe di salvaguardare i traffici e l’operatività dello scalo, avviando al contempo un percorso di riqualificazione dei quartieri limitrofi, condizione ritenuta essenziale per qualsiasi prospettiva turistica credibile. Non dunque un aut aut tra porto commerciale e città turistica, ma un compromesso: un progetto integrato capace di ridefinire gli spazi e le funzioni senza cancellare la vocazione produttiva.
La variante-stralcio: “Unica via efficace”
Secondo il Partito Democratico, la strada istituzionalmente corretta è già stata imboccata: una interlocuzione con l’Autorità di Sistema Portuale attraverso lo strumento della variante-stralcio, previsto dall’articolo 5 della legge 84/1994. Si tratta, viene sottolineato, dell’unico strumento in grado di modificare anche funzionalmente il Piano Regolatore Portuale, incidendo in modo strutturale sulle destinazioni delle aree. Il Comune ha già inoltrato una proposta formale per ridisegnare la qualificazione funzionale delle aree oggi occupate dai depositi, trovando – secondo quanto riferito dal Pd – attenzione e disponibilità da parte dell’Autorità portuale al perseguimento di un obiettivo condiviso. Solo una modifica del Piano regolatore del Porto potrà poi essere recepita in modo coerente dal PSC comunale, garantendo un coordinamento tra pianificazione portuale e urbanistica generale.
Per il Pd, questa è l’unica via capace di produrre effetti duraturi e di dare alla città una prospettiva moderna, multifunzionale e sostenibile, evitando scorciatoie giuridicamente fragili e battaglie simboliche destinate a non incidere sui fatti.
Il confronto politico resta aperto. Ma, alla luce del documento firmato da Teresa Esposito e Angelo Calzone, il partito chiede che si torni a discutere non per slogan, ma sulla base delle norme e degli strumenti realmente efficaci per cambiare il destino dell’area portuale e, con essa, dell’intera città.


