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Giallo sull’area Meridionale Petroli, imprenditore denuncia: pagavo la delocalizzazione ma sono stato escluso

Opera nel settore di energia e carburanti tra Milano e Livorno e sostiene di aver partecipato regolarmente all'avviso pubblico. Risultato? Nessuna risposta, solo silenzio

C’è un imprenditore calabrese che opera da anni tra Milano e Livorno, nel settore dell’energia e degli idrocarburi, che oggi rompe il silenzio su una delle vicende più discusse attorno all’area attualmente occupata da Meridionale Petroli, nel porto di Vibo Marina. La sua denuncia è netta: partecipazione regolare all’avviso pubblico, contatti diretti con l’Autorità portuale, rassicurazioni informali, ma nessuna risposta ufficiale.

Stufo del silenzio l’imprenditore reagisce

A parlare è Rino Cugliari, imprenditore originario della Calabria, attivo con Serenit Spa – sede legale a Milano e operativa a Livorno – società che si occupa di energia elettrica, gas e commercio all’ingrosso di carburanti attraverso specifica licenza. Una realtà che, spiega, aveva deciso di partecipare all’avviso pubblico pubblicato nei mesi estivi per l’area oggi nella disponibilità di Meridionale Petroli, ritenendo quell’operazione perfettamente coerente con il proprio core business.

Secondo il racconto dell’imprenditore, la società avrebbe presentato nei termini la propria manifestazione d’interesse, addirittura in anticipo rispetto alla proroga successivamente concessa. Non solo. Cugliari sostiene di aver anche contattato personalmente due figure dell’Autorità portuale di Gioia Tauro (non dice i  nomi) ricevendo rassicurazioni precise: sarebbe stato informato sugli sviluppi della procedura non appena ci fossero stati esiti da comunicare. Ma, sempre secondo la sua versione, quella comunicazione non è mai arrivata.

Quando poi la stampa ha dato notizia dell’orientamento verso la conferma della concessione all’attuale operatore, l’imprenditore si è trovato – dice – davanti a un fatto compiuto. “Non siamo stati tenuti in considerazione, non abbiamo ricevuto alcun riscontro formale, neppure per sapere se la nostra proposta fosse stata valutata, esclusa o archiviata”, è in sostanza il senso della sua denuncia. Una circostanza che, se confermata, apre un tema delicato: quello della trasparenza amministrativa nelle procedure che riguardano un’area sensibile sotto il profilo industriale, ambientale e urbanistico.

Tutti i costi a carico del privato

Il punto più rilevante della testimonianza riguarda però il merito della proposta. Serenit Spa, spiega Cugliari, non si sarebbe limitata a chiedere spazio per operare. Avrebbe messo sul tavolo la disponibilità a delocalizzare i serbatoi a proprie spese, in caso di aggiudicazione, con il supporto di partner industriali pronti a sostenere finanziariamente l’operazione.

Un elemento che cambia il quadro: non soltanto interesse economico, ma una proposta di trasferimento dell’impianto fuori da un’area ritenuta problematica, in una zona più idonea sotto il profilo della sicurezza e della pianificazione industriale, anche in relazione alla disponibilità – riferita dall’imprenditore – di aree alternative che sarebbero state indicate nell’ambito della Zes o comunque in ambiti compatibili.

È qui che la vicenda assume una chiave pienamente “verde”. Perché il tema non è solo chi gestisce un deposito costiero di carburanti, ma dove lo gestisce e con quali garanzie per il territorio.

Sicurezza, turismo e serbatoi

Cugliari insiste su un punto che a Vibo Marina e nell’area portuale è noto da anni: la collocazione dei serbatoi in un contesto circondato da abitazioni e attività a vocazione turistica. Una convivenza che, per l’imprenditore, non è più sostenibile né dal punto di vista industriale né da quello ambientale.

La sua ricostruzione richiama anche precedenti già conosciuti: in passato altri serbatoi sarebbero stati dismessi e bonificati proprio perché ritenuti troppo vicini alle abitazioni. Oggi, sostiene, resta una situazione che continua a destare preoccupazione. E aggiunge un ulteriore elemento: secondo quanto gli sarebbe stato riferito informalmente, all’attuale concessionario sarebbero stati chiesti adeguamenti su alcuni sistemi di sicurezza, con serbatoi in parte svuotati per mantenere soglie di sicurezza più accettabili.

Si tratta di affermazioni che da sole sarebbero più che sufficienti per scoperchiare il calderone dei misteri attorno a questa storia. Perché se anche solo una parte di questo quadro così preoccupante fosse confermata, la domanda sarebbe inevitabile: perché non approfondire fino in fondo una proposta privata che prevedeva la delocalizzazione dell’impianto e la riduzione del rischio in un’area urbanisticamente delicata?

Il vero caso è il silenzio amministrativo

Al di là del merito industriale, il cuore della denuncia è però un altro: il silenzio. Un avviso pubblico, osserva l’imprenditore, non può esaurirsi senza un esito comunicato ai partecipanti. In un procedimento del genere, sostiene, chi presenta regolarmente una proposta dovrebbe almeno ricevere una risposta: ammissione, esclusione, richiesta di integrazioni, diniego.

Ed è proprio questo vuoto a trasformare la sua testimonianza in un caso pubblico. Perché qui non c’è soltanto la lamentela di chi non ha ottenuto ciò che chiedeva. C’è la denuncia di chi afferma di essere rimasto senza alcuna comunicazione ufficiale nonostante una Pec regolarmente inviata, contatti diretti con l’ente e una proposta economicamente e logisticamente strutturata.

Sono stante le zone opache

In un territorio che da anni chiede investimenti, concorrenza leale e scelte coerenti con la sicurezza ambientale, la vicenda raccontata da Cugliari riporta al centro una questione decisiva: gli imprenditori che propongono alternative migliorative vengono davvero messi nelle condizioni di competere? L’impressione, allo stato, è che attorno alla partita dell’area Meridionale Petroli restino ancora troppe zone grigie.

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