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Meridionale Petroli, Lombardo attacca il Comune: gestione grottesca e senza chiarezza

L’ex assessore smonta la linea dell’amministrazione su concessione e delocalizzazione: basta propaganda, servono verità, atti concreti e tutela per Vibo Marina

La gestione del dossier Meridionale Petroli da parte dell’amministrazione comunale di Vibo Valentia è “grottesca” e rischia di alimentare solo confusione. È netto l’affondo di Lorenzo Lombardo, ex consigliere comunale ed ex assessore, che critica conferenze stampa “trionfalistiche”, risposte evasive in Consiglio comunale e una narrazione che, a suo giudizio, non chiarisce né il futuro della concessione né quello della possibile delocalizzazione del deposito di Vibo Marina.

Lombardo chiarisce subito la sua posizione: attività ad alto rischio di incidente rilevante non possono più restare in un contesto urbanizzato. La delocalizzazione, quindi, è auspicabile, e riguarda sia Meridionale Petroli sia il deposito Eni. Ma proprio per questo, avverte, il confronto deve essere riportato su basi serie.

Numeri sbagliati e ricostruzioni fuorvianti

Tra i primi rilievi, Lombardo contesta la ricostruzione sull’azienda descritta come presente da “70 anni” e quasi “padrona” di Vibo Marina. Ricorda invece che il Gruppo Ammaturo ha acquisito da Unicredit gli asset di Meridionale Petroli, incluso il deposito, solo nel 2016. Dunque l’attuale proprietà opera da circa dieci anni, non da settanta. Un passaggio che, per l’ex assessore, dimostra come il dibattito pubblico si stia muovendo più sugli slogan che sui fatti. 

Delocalizzazione sì, ma senza illusioni

Lombardo boccia anche il richiamo a un presunto “atto d’amore” che l’azienda dovrebbe compiere verso la città. Un’impresa, osserva, non è un ente benefico. E si chiede perché un gruppo con miliardi di fatturato dovrebbe investire risorse ingenti per spostare un’attività che pesa in misura limitata sul proprio business, senza tempi certi di rientro. Nemmeno la leva della ZES, secondo lui, regge più: dal 2024 esiste la ZES unica, quindi tutta la Calabria gode delle stesse agevolazioni e non soltanto l’area industriale di Porto Salvo. Il punto vero, però, è che nessuno ha spiegato cosa significhi davvero delocalizzare. Se si pensa di spostare l’attuale deposito, servirebbero smontaggio, ricostruzione e anni di fermo. Se invece si immagina un nuovo impianto, resta da capire che fine farebbe quello attuale, che Lombardo precisa non essere affatto obsoleto.

“L’atto di sottomissione non è una vittoria”

L’ex assessore contesta poi l’esultanza dell’amministrazione per l’atto di sottomissione ex art. 35 del Codice della Navigazione, che consente all’azienda di operare per altri quattro anni. Per Lombardo non è affatto una vittoria contro il rinnovo ventennale, ma un atto tecnico necessario: la concessione scadeva il 15 marzo 2026 e, senza quel provvedimento provvisorio, l’attività sarebbe stata sospesa. Il vero nodo resta un altro: dopo questi quattro anni, la concessione sarà rinnovata per 20 anni o per 16?

“I progetti solo a mezzo stampa”

Molto dura anche la critica sulle società indicate come possibili protagoniste della delocalizzazione. Lombardo cita la relazione trasmessa a chiusura della conferenza dei servizi, in cui si fa riferimento a una società che si sarebbe detta disponibile ad accollarsi tutti i costi dello spostamento, compresa la boa a mare e persino un aumento delle maestranze. Ma, secondo l’ex assessore, i dati economico-finanziari di questa società sarebbero “imbarazzanti” e la stessa apparirebbe di fatto sconosciuta all’amministrazione che la cita. Un’operazione che, a suo giudizio, serve solo a dare ai cittadini l’impressione che il Comune si sia mosso.

Dubbi anche su un’altra società, emersa in queste ore sulla stampa, che avrebbe presentato un progetto di delocalizzazione. La domanda di Lombardo è netta: se davvero ci sono soggetti pronti a investire nell’area industriale di Porto Salvo, che non è demaniale, perché non si rivolgono direttamente a Regione ed enti competenti invece di tentare il subentro nella concessione?

Perché, sottolinea, la concessione messa a gara e la delocalizzazione sono due piani diversi. E se davvero si vuole costruire altrove, non ha senso caricarsi dei costi del subentro per poi spostare tutto. Da qui la diffidenza verso proposte lanciate solo a mezzo stampa, senza un piano economico credibile, e verso l’idea che l’Autorità di Sistema possa rinunciare a un canone annuo di 170 mila euro.

“Serve un tavolo vero, non propaganda”

Lombardo giudica inoltre monco il protocollo d’intesa predisposto ma non sottoscritto, perché richiama solo il MIT, mentre per un impianto di questa natura dovrebbero essere coinvolti anche MASE e MIMIT. Per questo rilancia la necessità, già indicata dai sindacati, di un tavolo vero che metta al centro tre priorità: tutela dei lavoratori, risposte concrete per Vibo Marina e soprattutto garanzie serie sulla futura bonifica dell’area. Ed è proprio qui che sposta il focus: il vero problema, dice, non è solo la delocalizzazione, ma ciò che resterà dopo. Restituire davvero un’area bonificata alla comunità non è affatto semplice, e il rischio è che si ripetano errori già visti.

Infine, l’appello al sindaco, che Lombardo definisce “intellettualmente onesto”: parli con chiarezza alla città e dica cosa può davvero fare il Comune. Da parte sua, assicura sostegno a iniziative utili, a partire dalla richiesta, tramite Prefettura, di aggiornare il Piano di Emergenza Esterna, fermo al 2021. Il messaggio conclusivo è chiaro: non si possono ripetere gli errori del 2006, quando la concessione fu rinnovata per vent’anni senza una visione sul futuro di Vibo Marina. “Il tempo degli slogan è finito”.

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