Riceviamo e pubblichiamo integralmente l’intervento di Lorenzo Lombardo:
La gestione da parte dell’amministrazione comunale sul rinnovo della concessione e sulla possibile delocalizzazione della Meridionale Petroli sta assumendo tratti grotteschi, soprattutto negli ultimi giorni. Conferenze stampa trionfalistiche e risposte evasive in Consiglio comunale, dal chiaro sapore del “così hanno scritto gli uffici”, non aiutano certo a fare chiarezza.
Premetto di essere fermamente convinto che attività ad alto rischio di incidente rilevante non possano più insistere in un contesto urbanizzato. La loro delocalizzazione sarebbe auspicabile, e mi riferisco sia al deposito Eni sia a quello di Meridionale Petroli. Detto ciò, è necessario riportare la discussione sui binari corretti.
Un po’ di verità sui numeri e sulla storia
Si legge che dovremmo indignarci per la “tracotanza” dell’azienda, descritta come il padrone di Vibo Marina perché presente da 70 anni. In realtà, è doveroso ricordare che solo nel 2016 il Gruppo Ammaturo ha acquisito da Unicredit gli asset di Meridionale Petroli, incluso il deposito di Vibo Marina. Dunque opera da 10 anni, non da 70. I numeri non sono opinioni. Ma questo non è nemmeno il punto centrale.
L’illusione dell’“atto d’amore”
Si chiede all’azienda un presunto “atto d’amore” verso la città, dimenticando che si tratta di un’impresa, non di un ente benefico. Quale sarebbe il motivo per cui un gruppo da 4 miliardi di fatturato dovrebbe investire ingenti risorse per un’attività che incide per appena il 5% senza che siano chiari i tempi di ritorno? Perché dovrebbe farlo a proprie spese, dopo aver già sostenuto un investimento importante per acquisire gli asset che racchiudeva in quella concessione uno degli elementi cardini? Solo perché si sposterebbe in una zona ZES che consentirebbe loro di avere importanti incentivi e risparmi fiscali? La risposta “perché la zona industriale è ZES” non regge: dal 2024 esiste la ZES unica, quindi tutta la Calabria ne fa parte e non solo l’area industriale di Porto Salvo.
Delocalizzare sì, ma cosa significa davvero?
Anche qui manca chiarezza. Delocalizzare significa:
— spostare l’attuale deposito, con un revamping completo? In questo caso l’impianto andrebbe smontato e ricostruito altrove, con anni di fermo. Altro che “switch off e switch on”.
— realizzarne uno nuovo? E allora che fine farebbe quello attuale, che non è affatto obsoleto?
In un contesto in cui non è ancora chiaro quando il processo di decarbonizzazione UE diventerà pienamente operativo, un atteggiamento prudente da parte dell’azienda è comprensibile.
L’atto di sottomissione non è una vittoria
L’amministrazione esulta per l’atto di sottomissione ex art. 35 CdN, che autorizza l’azienda a operare per altri 4 anni, come se fosse una vittoria contro il rinnovo ventennale. A mio avviso, invece, si tratta semplicemente di un atto necessario perché l’iter del rinnovo non è ancora perfezionato. La concessione scadeva il 15 marzo 2026: senza questo provvedimento provvisorio, l’attività sarebbe stata sospesa. Resta da capire: dopo i 4 anni, la concessione sarà rinnovata per 20 o per 16 anni? Altro che vittoria.
Le società fantasma e le illusioni create ai cittadini
Nella relazione inviata a chiusura della conferenza dei servizi, l’amministrazione cita una società che sarebbe stata disposta ad accollarsi tutti gli oneri della delocalizzazione, con tanto di boa a mare e aumento delle maestranze.
Peccato che:
— i dati economico-finanziari di questa società siano imbarazzanti;
— la stessa società sembri sconosciuta all’amministrazione, nonostante venga citata. Un modo per illudere i cittadini che “non si è stati a guardare”. Oggi, invece, si apprende dalla stampa che un’altra società del settore elettrico avrebbe presentato un progetto con delocalizzazione, ma l’Autorità di Sistema non avrebbe nemmeno risposto, indignando il CEO.
La domanda chiave
Se davvero esistono società disposte a investire in un nuovo deposito nell’area industriale di Porto Salvo — area non demaniale — perché non si rivolgono alla Regione e agli enti competenti, invece di tentare di subentrare nella concessione per poi delocalizzare? La concessione è stata messa a gara. La delocalizzazione è tutt’altra cosa e che senso avrebbe sobbarcarsi di costi ulteriori , subentrando nella concessione se poi si ha la volontà a delocalizzare? Ecco perché valuto con sospetto e diffidenza proposte fatte solo a mezzo stampa senza un benchè minimi di piano economico. O pensano che sia sufficiente subentrare per firmare contratti con le big company petrolifere e farsi approvvigionare via mare? E perché l’Autorità di Sistema dovrebbe rinunciare a un canone annuo di 170.000 euro? La verità è che non c’è nulla di concreto. Si sta solo cercando di salvare la faccia — non quella del Sindaco, che ritengo persona intellettualmente onesta, ma quella dei suoi collaboratori.
Un protocollo d’intesa monco
Il protocollo d’intesa preparato (e non sottoscritto) richiama solo il MIT, cui afferisce l’Autorità di Sistema. Ma per un impianto industriale di questa natura dovrebbero essere coinvolti MASE e MISE.
Insistere con pressioni inefficaci sull’azienda non risolverà il problema.
Serve un tavolo vero, non propaganda
Come già auspicato dalle sigle sindacali, è necessario sedersi a un tavolo e trovare una soluzione condivisa che: tuteli i lavoratori; dia risposte concrete alla comunità di Vibo Marina; e soprattutto metta paletti seri per quanto riguarda la futura bonifica perché il vero problema non è tanto la possibile delocalizzazione ma quello che rimarrà dopo, perché la storia ci insegna, che non è così semplice restituire alla comunità un’area bonificata.
Non è una lotta tra Guelfi e Ghibellini. È una gestione sbagliata del problema.
Il sindaco deve parlare chiaramente alla città e dire cosa può realmente fare. Da parte nostra avrà sempre il massimo sostegno per iniziative utili alla comunità, a partire dalla richiesta — tramite la Prefettura — dell’aggiornamento del PEE, fermo al 2021, quando le curve di rischio uscivano dal perimetro aziendale. Oggi, dopo prescrizioni e lavori, dovrebbero essere rientrate: serve un aggiornamento.
Conclusione
È il momento di cambiare passo. Non possiamo permetterci gli errori del 2006, quando la concessione fu rinnovata per 20 anni senza una visione del futuro di Vibo Marina. Oggi quella miopia non è più accettabile ma è necessario avere le idee chiare su come muoversi. Vibo Marina non può permettersi ulteriori incertezze. È il momento di adottare un approccio rigoroso, coordinato e orientato al bene della comunità, evitando semplificazioni e narrazioni fuorvianti. Il tempo degli slogan è finito.
Lorenzo Lombardo


