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Pasqua, il “diritto al ritorno” dei calabresi è ormai diventato un lusso per pochi

Voli a prezzi da sceicchi, ferrovie lumaca e carrello della spesa alle stelle. Il 44% dei calabresi rinuncia a partire

Non chiamatelo esodo, chiamatelo sequestro. La fotografia scattata oggi dalla Gazzetta del Sud non è il solito bollettino delle feste, ma il manifesto di una Calabria che si riscopre isolata, quasi recintata dai prezzi. Se Pasqua e Pasquetta dovrebbero essere il tempo degli abbracci e dei rientri, i listini folli dei trasporti li hanno trasformati in un privilegio per portafogli gonfi.

Lo schiaffo dei trasporti

C’è un muro invisibile che sta tenendo migliaia di figli di Calabria lontani dalle loro case. I dati di Assoutenti gridano vendetta: voli che segnano un +13,6%, con tratte nazionali che schizzano verso l’alto con picchi del 60%. Pagare 500 euro per un’andata e ritorno dal Nord a Reggio o Lamezia, o versarne quasi 200 per un sedile su un treno alta velocità, non è mercato: è un’offesa al buonsenso. La mobilità, per noi, è diventata una tassa sul sangue che molti non possono più permettersi di pagare.

La trincea del “chilometro zero”

La risposta dei calabresi? La resistenza tra le mura di casa. Secondo l’analisi di Coldiretti, quasi un calabrese su due (44%) ha deciso di non muoversi. Non è voglia di relax, è legittima difesa. Ci si rifugia negli agriturismi della Sila, del Pollino e dell’Aspromonte, cercando nel cibo contadino e nell’artigianato locale quel conforto che il portafogli non garantisce più. È la Calabria che si ripiega su se stessa, trasformando la necessità in una riscoperta dei borghi, ma con l’amaro in bocca di chi sa che “restare” è diventata l’unica opzione sul tavolo.

Dolci amari: il grido degli artigiani

Anche l’aria nelle nostre pasticcerie è pesante. Il comparto dolciario, pilastro della nostra economia con oltre 2.400 imprese, sta combattendo una guerra silenziosa. Il costo del cacao è fuori controllo, l’energia morde i bilanci e — paradosso dei paradossi — manca la manodopera.
Oltre il 56% delle assunzioni previste resta sulla carta: non ci sono braccia per impastare le nostre tradizioni. I margini di profitto si assottigliano come un’ostia, mettendo a rischio un patrimonio di 270 prodotti tradizionali che sono l’anima di questa terra.

Una festa di resistenza

Nonostante tutto, la Calabria non rinuncia a ritrovarsi. Ma quella di quest’anno è una Pasqua di riflessione. Una regione che non vuole smettere di sperare, ma che è stanca di essere considerata un’appendice costosa e irraggiungibile. Ci siederemo a tavola, mangeremo i nostri dolci identitari, ma con la consapevolezza che il “ritorno a casa” non dovrebbe mai essere una voce di bilancio così insostenibile. (foto web)

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