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Araucaria di Pizzo, il nodo è negli atti: Italia Nostra ora punta il dito su ritardi e possibili omissioni amministrative

Nel caso dell’albero secolare danneggiato, il fronte si sposta ora sugli aspetti tecnici: autorizzazioni, vincoli paesaggistici, silenzi degli uffici e il “mistero” della piscina prevista al posto dell’araucaria

Non è più soltanto la cronaca di uno sfregio ambientale e paesaggistico. Nel caso dell’araucaria secolare di Pizzo, gravemente danneggiata il 30 marzo scorso, il punto centrale si sposta adesso sul terreno più delicato e potenzialmente più pesante: quello delle responsabilità tecniche e amministrative. E, a sollevare il caso con forza, è ancora una volta Italia Nostra, che individua un possibile snodo decisivo nell’intera vicenda: il presunto iter autorizzativo legato alla realizzazione di una piscina al posto dell’albero, a servizio di un nascente albergo, e soprattutto i possibili ritardi – o silenzi – della pubblica amministrazione.

Secondo quanto messo nero su bianco dall’associazione, infatti, da mesi in città circolava una voce precisa: l’araucaria sarebbe stata rimossa per fare spazio a una piscina. Una voce che, stando alle informazioni raccolte da Italia Nostra durante e subito dopo la manifestazione pubblica del 4 aprile, troverebbe ora un riscontro ancora più allarmante: quella piscina sarebbe già stata autorizzata. Ed è proprio qui che il caso si complica, perché se davvero un titolo edilizio fosse stato formato – in modo espresso o, peggio ancora, tacito – l’intera vicenda assumerebbe contorni ben più gravi di quelli già emersi sul piano simbolico e ambientale.

Il “mistero della piscina” e il sospetto del titolo tacito

Italia Nostra pone una domanda molto netta: il privato proprietario ha presentato una D.I.A., una C.I.L.A. o una S.C.I.A. per realizzare la piscina e per il correlato cambio di destinazione d’uso? E, soprattutto, l’Ufficio Urbanistica del Comune di Pizzo ha esercitato entro i termini di legge i propri poteri di verifica e di eventuale blocco dell’intervento?

L’ipotesi avanzata dall’associazione è precisa e, se confermata, pesante. Il soggetto privato potrebbe aver presentato una pratica edilizia finalizzata alla realizzazione della piscina, confidando nel meccanismo del titolo abilitativo tacito: cioè nella possibilità che, trascorsi i termini senza rilievi da parte dell’ente, l’intervento diventasse di fatto assentito. Secondo Italia Nostra, se nei 30 giorni successivi alla presentazione della pratica l’ufficio non avesse rilevato né opposto nulla, si sarebbe potuta produrre proprio quella finestra amministrativa che avrebbe consentito al privato di maturare un titolo, pur in assenza di un provvedimento espresso.

Ed è qui che l’associazione chiama in causa direttamente la macchina comunale. Perché, secondo la sua ricostruzione, in presenza di un’area gravata da vincolo paesaggistico puntuale dal 1972, oltre che da un valore paesaggistico generale evidente, gli uffici avrebbero dovuto intervenire tempestivamente, impedendo qualsiasi percorso autorizzativo incompatibile con quel contesto. Se ciò non fosse avvenuto, il problema non sarebbe soltanto il gesto finale del privato, ma anche il possibile mancato esercizio dei poteri di controllo e interdizione da parte dell’amministrazione.

Il ritardo che pesa: voci da settembre 2025, ma cosa è stato fatto?

C’è un altro elemento che rende il quadro ancora più delicato. Italia Nostra afferma che già da settembre 2025 in paese circolasse con insistenza la voce secondo cui l’araucaria sarebbe stata abbattuta per lasciare posto alla piscina. Se questo dato trovasse conferma, si aprirebbe un ulteriore fronte politico-amministrativo: possibile che per mesi una prospettiva così specifica e così grave sia rimasta nel circuito cittadino senza determinare un allarme preventivo, un monitoraggio stringente o un controllo amministrativo mirato?

È questo, in sostanza, il cuore della contestazione. Non soltanto cosa sia accaduto il 30 marzo, ma cosa non sia stato fatto prima. Perché, se il rischio era noto informalmente da tempo e se l’area risultava già sottoposta a tutele e vincoli, allora il tema dei ritardi della pubblica amministrazione smette di essere una suggestione e diventa una questione centrale. Una questione che investe non l’indignazione morale, ma la qualità concreta dell’azione amministrativa: vigilanza, istruttoria, tempestività, poteri inibitori, responsabilità procedimentale.

Il ruolo del dirigente Urbanistica

Non a caso, il comunicato di Italia Nostra insiste molto sulla figura del Dirigente dell’Ufficio Urbanistica del Comune di Pizzo, assente – sottolinea l’associazione – alla manifestazione del 4 aprile, nonostante la sua presenza sarebbe stata “necessaria ed indefettibile” alla luce delle notizie emerse.

L’associazione chiede ora un chiarimento pubblico e diretto: il privato ha ottenuto un’autorizzazione espressa, un’autorizzazione tacita, oppure non ha ottenuto alcun titolo? Una domanda che, al di là della polemica, ha un peso decisivo. Perché dalla risposta dipende il corretto inquadramento sanzionatorio dell’intera vicenda e, soprattutto, la possibilità di individuare con precisione eventuali responsabilità, omissioni o persino complicità amministrative.

Il punto è cruciale: in un sistema dove le funzioni di indirizzo politico spettano a sindaco e giunta, ma le funzioni gestionali e i procedimenti tecnici sono in capo ai dirigenti, la trasparenza sugli atti diventa l’unico vero terreno su cui verificare se il Comune sia stato soltanto vittima di una forzatura privata o se, invece, vi siano stati passaggi opachi, ritardi o sottovalutazioni interne.

Oltre la protesta: ora servono atti, date e responsabilità

La vicenda dell’araucaria, dunque, entra in una fase nuova. Finita la prima ondata di sdegno pubblico, inizia la parte più importante: quella della ricostruzione documentale. Non bastano più dichiarazioni politiche o prese di posizione emotive. Servono atti, protocolli, date, pareri, pratiche edilizie, termini procedimentali e risposte formali.

È lì che si giocherà la partita vera. Perché se davvero esiste un titolo edilizio legato alla piscina, bisognerà capire quando è stato richiesto, con quale forma, su quale presupposto, chi lo ha istruito, chi non è intervenuto nei termini, e soprattutto come sia stato possibile immaginare un intervento di quel tipo in un’area già segnata da un’evidente e conclamata rilevanza paesaggistica. Se invece quel titolo non esiste, allora la gravità dei fatti si sposterebbe interamente sul fronte dell’abuso e delle eventuali omissioni di controllo.

In entrambi i casi, una cosa appare già chiara: il caso dell’araucaria non può essere archiviato come una semplice vicenda privata. Perché quando un bene visibile a tutta la città, riconosciuto da tutti come elemento identitario del centro storico, viene colpito mentre attorno ad esso si muovono pratiche, vincoli e uffici, la domanda non è più soltanto chi ha tagliato. La domanda, oggi, è molto più scomoda: chi doveva impedire che tutto questo accadesse, e perché non lo ha fatto in tempo?

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