La sanità calabrese riparte, ma lo fa senza rete. Dopo oltre sedici anni di commissariamento, il ritorno alla gestione ordinaria non è solo un passaggio istituzionale: è un cambio di paradigma. Per la prima volta dopo quasi due decenni, la Regione torna ad avere il controllo pieno di uno dei settori più delicati e strategici. E con il controllo, arrivano anche tutte le responsabilità.
Come evidenziato oggi dalla Gazzetta del Sud in un articolo a firma di Antonio Ricchio, la fine del commissariamento segna una svolta che chiama direttamente in causa la politica regionale, senza più “paraventi” o decisioni calate dall’alto. Da oggi, ciò che funzionerà – o non funzionerà – avrà nomi e cognomi ben precisi. Il primo segnale concreto è il ritorno dell’assessore alla Sanità, figura assente da 17 anni. Con ogni probabilità sarà lo stesso presidente Roberto Occhiuto a mantenere la delega, accentrando su di sé il peso politico e amministrativo della riforma. Una scelta che rafforza la leadership, ma che espone anche a un giudizio diretto e senza attenuanti.
Più libertà, più rischio
La fine della gestione commissariale libera risorse e margini d’azione finora bloccati. Fondi che erano destinati esclusivamente a coprire il disavanzo potranno essere utilizzati per investimenti e servizi. Allo stesso tempo, la Regione potrà intervenire sul carico fiscale, con la possibilità di ridurre addizionali Irpef e Irap che per anni hanno gravato sui cittadini calabresi.
Ma la vera partita si gioca su un altro terreno: quello dell’organizzazione e della qualità dell’assistenza. Senza i vincoli rigidi imposti da Roma, la Calabria potrà finalmente pianificare assunzioni con maggiore autonomia. E qui emerge uno dei nodi storici: la carenza cronica di personale sanitario, che negli anni ha costretto a soluzioni emergenziali, come il ricorso a medici stranieri.
Il nodo irrisolto del territorio
Non basta riempire gli organici ospedalieri. Il vero punto debole resta la medicina territoriale. È qui che la sanità calabrese ha mostrato tutte le sue fragilità: servizi insufficienti, assistenza di prossimità quasi inesistente, pronto soccorso sovraccarichi di accessi impropri. La riforma annunciata punta a una riorganizzazione profonda: grandi Aziende ospedaliere su base provinciale, con una gestione unitaria, e Aziende sanitarie dedicate al coordinamento dei servizi territoriali. Un modello ambizioso, che però dovrà fare i conti con tempi, risorse e capacità manageriali.
E poi c’è il Pnrr, con ospedali e case di comunità che dovrebbero rappresentare la svolta. Il problema, però, è sempre lo stesso: quando diventeranno davvero operativi?
La fuga dei pazienti
C’è un dato che più di ogni altro racconta il fallimento del sistema: oltre 300 milioni di euro l’anno spesi per la mobilità passiva. Migliaia di calabresi continuano a curarsi fuori regione, alimentando una emorragia economica e, soprattutto, una sfiducia strutturale. Ridurre questa fuga non è solo una questione di bilancio, ma di credibilità. Significa ricostruire un rapporto tra cittadini e sistema sanitario, oggi profondamente compromesso.
La sfida politica
Il centrodestra rivendica il risultato, ma dal centrosinistra arrivano avvertimenti chiari: la fine del commissariamento non significa la fine dei vincoli. Il Piano di rientro resta, così come le criticità strutturali. Ed è proprio qui che si misura la portata reale di questa svolta. Perché la Calabria non riparte da zero: riparte da un sistema fragile, segnato da liste d’attesa interminabili, carenze di personale e servizi spesso insufficienti.
La verità è che il commissariamento era diventato, negli anni, anche un alibi. Ora quell’alibi non c’è più. La sanità calabrese ricomincia da qui: dalla responsabilità piena. E dalla capacità – finalmente tutta politica – di dimostrare che il cambiamento non è solo possibile, ma necessario.


