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Ex Statale 110, esposto alla Prefettura: otto anni di attese e una strada ancora chiusa (video)

Il Comitato di San Nicola da Crissa denuncia ritardi, rimpalli di responsabilità e un cantiere mai partito davvero

Un esposto duro, articolato, costruito su atti e date precise. Il Comitato “Strade e Paesi Sicuri” di San Nicola da Crissa ha depositato (tramite Pec) alla Prefettura di Vibo Valentia una denuncia che ricostruisce otto anni di immobilismo attorno alla ex Statale 110, chiusa dal 2018 dopo una frana devastante e mai più riaperta. Non è solo una segnalazione. È un atto d’accusa che punta il dito contro un sistema incapace di decidere e intervenire, lasciando un intero territorio in condizioni di isolamento.

Dal crollo del 2018 all’isolamento dell’entroterra

La vicenda affonda le radici nella notte tra il 4 e il 5 ottobre 2018, quando un violento evento alluvionale travolge il tratto stradale tra il chilometro 13 e il 14, causando il cedimento dell’intero corpo viario. Da allora, quel collegamento strategico per l’entroterra vibonese è scomparso, inghiottito da una frana lunga centinaia di metri.

Da quel momento, però, il tempo sembra essersi fermato. L’esposto ricostruisce un susseguirsi di annunci, verifiche tecniche, promesse di intervento mai concretizzate. Nei primi anni, qualche attività manutentiva riguarda solo i tratti ancora aperti, mentre il segmento principale resta chiuso, senza una prospettiva chiara di ripristino.

Il nodo irrisolto delle competenze

Il punto centrale, secondo il Comitato, è il conflitto mai chiarito tra enti. La strada è di proprietà della Provincia di Vibo Valentia, ma la gestione è stata affidata ad Anas in una forma limitata, che esclude gli interventi strutturali più complessi. È proprio in questa ambiguità che si inserisce lo stallo: Anas richiama competenze non sue, la Provincia non dispone delle risorse necessarie, e nel frattempo tutto resta fermo. Un equilibrio bloccato che, nei fatti, ha impedito qualsiasi intervento risolutivo.

Promesse mancate e fiducia erosa

Nel 2023 la situazione cambia solo per effetto della pressione dei cittadini. La petizione popolare con migliaia di firme segna l’inizio di una mobilitazione che rompe il silenzio istituzionale. Le risposte arrivano, ma restano sulla carta. Le date annunciate per l’avvio dei lavori slittano una dopo l’altra: inizio 2024, poi metà anno, quindi primavera 2025. Ogni volta, nessun cantiere reale. Il documento evidenzia come questa sequenza abbia progressivamente minato la fiducia nelle istituzioni, con comunicazioni ufficiali ritenute ormai inattendibili.

Il paradosso dell’urgenza e l’iter infinito

Quando nel 2025 si arriva finalmente al decreto di occupazione anticipata per esproprio, il Comitato sottolinea un elemento emblematico: l’urgenza invocata nell’atto arriva dopo sette anni di attesa. Un passaggio che, più che rassicurare, alimenta dubbi sull’effettiva capacità di accelerare i lavori. Anche perché l’iter resta lungo e complesso, con il rischio concreto di ulteriori rallentamenti legati alle procedure amministrative.

Il “cantiere fantasma”

Pochi mesi dopo, l’annuncio della consegna del cantiere sembra segnare una svolta. Ma anche in questo caso, secondo quanto riportato nell’esposto e nelle verifiche sul campo, la realtà è diversa. L’area viene delimitata e ripulita, ma gli interventi strutturali non partono. Da qui nasce l’espressione “cantiere fantasma”, diventata ormai il simbolo di una vicenda che continua a restare ferma nonostante gli annunci.

Assenza politica e richiesta di intervento

Nel racconto dei cittadini emerge anche l’assenza della politica. Assemblee pubbliche disertate, risposte evasive e disattenzioni istituzionali restituiscono l’immagine di un territorio lasciato ai margini. L’esposto si chiude con una richiesta chiara alla Prefettura: intervenire per superare definitivamente il conflitto tra enti e garantire l’esecuzione dell’opera senza ulteriori ritardi. Non si tratta solo di riaprire una strada, ma di restituire un diritto fondamentale alla mobilità e alla sicurezza.

Dopo otto anni, la ex SS 110 è diventata molto più di un’infrastruttura danneggiata. È il simbolo di una macchina amministrativa che non riesce a funzionare, mentre i cittadini continuano ad aspettare. E questa volta, l’attesa non è più tollerata.

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