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Sanità e giustizia, il caso Marina D’Agostino: accuse di imperizia e indagine ferma (video)

La lettera del marito Francesco Lentini scoperchia una vicenda troppo a lungo rimasta all'oscuro tra perizia tecnica e ritardi giudiziari

Una denuncia netta, che chiama in causa sanità e giustizia, e che arriva a quasi tre anni dalla morte di Marina D’Agostino. A scrivere è il marito, Francesco Lentini, che affida a una lettera aperta il racconto di una vicenda che, secondo la famiglia, non ha ancora trovato risposte.

“Mi chiamo Francesco Lentini. Scrivo a nome mio e dei miei figli, Raffaele e Danilo: il 16 luglio 2023, la nostra famiglia è stata distrutta. Mia moglie, Marina, è morta dopo un calvario iniziato su un tavolo operatorio dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Renato Dulbecco” di Catanzaro.”

Dopo il decesso, la famiglia ha presentato querela e la Procura ha disposto accertamenti tecnici. “Abbiamo presentato una querela, e la Procura della Repubblica ha incaricato dei periti per accertare cosa fosse realmente accaduto in quella sala operatoria. Le loro conclusioni, depositate il 28 giugno 2024, sono state una pugnalata al cuore, ma anche la conferma dei nostri peggiori timori.” Secondo quanto riportato nella lettera, gli esiti della consulenza individuerebbero responsabilità precise.

“Chiari profili di responsabilità”

“La morte di mia moglie – scrive Francesco Lentini – è stata causata da una catena di eventi innescata da una grave emorragia durante l’intervento. I consulenti tecnici hanno individuato senza mezzi termini: “chiari profili di responsabilità colposa” e “imperizia a carico dei neurochirurghi. Secondo gli esperti, l’equipe medica ha commesso “errori di esecuzione tecnica”, provocando una grave perdita di sangue e, cosa ancora più grave, non riuscendo a fermarla in tempo. Un errore fatale che ha privato mia moglie dell’ossigeno, causandole un danno cerebrale irreversibile e, infine, la morte.”

Il secondo calvario di Marina

Nel racconto emerge anche ciò che sarebbe accaduto nei mesi successivi all’intervento. “Ma la tragedia non è finita in quella sala operatoria. Nei mesi successivi, mentre era in coma, Marina ha dovuto affrontare un secondo calvario: quello delle infezioni ospedaliere. Il suo corpo, già martoriato, è stato attaccato da batteri resistenti agli antibiotici come la Klebisiella New Dheli, ha combattuto contro lo Pseudomonas aeruginosa e ha subito una sepsi di origine nosocomiale. Un’agonia nell’agonia, che la stessa consulenza tecnica suggerisce possa essere legata all’inosservanza delle più basilari pratiche di assistenza.”

Traditi e abbandonati dalla giustizia

Al centro della denuncia, anche lo stato dell’inchiesta giudiziaria. “Di fronte a tutto questo, abbiamo riposto la nostra fiducia nello Stato. Ma oggi, quasi tre anni dopo l’inizio di questo incubo, ci sentiamo traditi e abbandonati. La giustizia, per Marina, si è persa nei corridoi dei palazzi. Il fascicolo penale è rimasto fermo per quasi due anni presso la Procura di Cosenza, prima di essere finalmente trasferito per competenza a Catanzaro il 18 giugno 2025. E da allora? Altri dieci mesi di silenzio assoluto. Un silenzio che uccide la speranza e che avvicina lo spettro della prescrizione. Il tempo, per la burocrazia, rischia di cancellare il reato, di lavare le responsabilità e di lasciare la morte di Marina senza un colpevole.”

La lettera si chiude con un appello rivolto al mondo dell’informazione e alle istituzioni. “Ci rivolgiamo a voi, operatori dell’informazione, perché la nostra voce non si perda nel vuoto. Non chiediamo vendetta, ma la dignità della verità. Chiediamo che lo Stato faccia il suo dovere e che il procedimento per la morte di mia moglie esca dall’oblio. Lo dobbiamo a Marina, una donna entrata in ospedale per essere curata e mai più tornata a casa. Lo dobbiamo a ogni cittadino che crede che la vita umana valga più di un fascicolo dimenticato su una scrivania. Aiutateci a rompere questo muro di silenzio.”

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