Esiste un momento preciso in cui un piccolo borgo comincia a morire: è quando l’ultimo pullman o l’ultimo treno della giornata parte, portando via l’ennesimo pezzo di futuro. Nelle aree interne della provincia di Vibo Valentia questa è, purtroppo, una costante quotidiana. La vera crisi, tuttavia, non risiede nell’invecchiamento della popolazione in sé, ma nel fatto che restare sia diventato un atto di eroismo che pochissimi possono permettersi. Le nuove generazioni non scappano per mancanza d’amore verso la propria terra; se ne vanno perché l’entroterra vibonese si è trasformato in un territorio che, di fatto, “respinge” i suoi figli, offrendo in cambio una triplice e insostenibile assenza. Si tratta di criticità già evidenziate dai sindaci del territorio nel corso di un recente incontro dedicato all’emergenza demografica delle Serre e dell’Alto Mesima, durante il quale gli amministratori locali hanno lanciato l’allarme sul progressivo spopolamento e sul rischio concreto di una desertificazione sociale ed economica dell’area.
L’isolamento lavorativo e il miraggio delle competenze
Il primo e più grande motore dell’esodo è il deserto occupazionale. Per un giovane che decide di investire sulla propria formazione, completando gli studi universitari o specializzandosi in un mestiere, il territorio offre risposte mortificanti. Il mercato del lavoro locale è strutturalmente bloccato: mancano aziende di medie e grandi dimensioni, l’innovazione tecnologica viaggia a scartamento ridotto a causa di infrastrutture digitali obsolete e l’imprenditoria giovanile si scontra con una burocrazia asfissiante. In questo contesto, l’impiego si riduce spesso a occupazioni stagionali, precariato cronico o, peggio, a dinamiche di puro assistenzialismo. Chi ha competenze e ambizioni si trova davanti a un bivio drammatico: accettare il compromesso del sottoimpiego o sradicarsi. La fuga diventa così l’unica strada per vedere riconosciuta la propria dignità professionale.
Cittadini di serie B: il peso dell’isolamento quotidiano
Ma non è solo una questione di stipendio. A spingere i giovani altrove è il collasso sistematico della qualità della vita e dei diritti fondamentali. Vivere in un comune dell’entroterra significa accettare una cittadinanza dimezzata. La sanità è il comparto che mostra le ferite più evidenti: lo smantellamento dei presidi di prossimità ha trasformato il diritto alla salute in un lusso. Una visita specialistica, una terapia o una banale emergenza notturna si trasformano in odissee logistiche su una rete viaria provinciale che definire fatiscente è un eufemismo. Strade interrotte da frane, asfalto divelto e collegamenti pubblici ridotti al lumicino tagliano fuori interi paesi dal resto della regione. Un isolamento fisico che diventa psicologico: come può un giovane pensare di costruire una famiglia in un luogo dove l’ospedale più vicino è a un’ora di curve pericolose e dove le scuole perdono autonomia anno dopo anno?
Il fallimento della retorica e la necessità di un piano d’urto
Fino a oggi, la risposta della politica a questo dramma è stata puramente retorica o legata a una logica di corto respiro. Si è abusato del concetto di “restanza”, quasi a voler colpevolizzare chi se ne va, o si è puntato tutto sul turismo stagionale e sui “borghi da cartolina”, dimenticando che un paese, per essere visitato, deve prima essere abitabile per 365 giorni all’anno. Se si vuole salvare il territorio da una desertificazione antropica ormai dietro l’angolo, serve un piano d’urto che ribalti le priorità. Non servono sussidi, ma investimenti strutturali e interventi mirati; perché se anche i minimi diritti fondamentali sono calpestati quotidianamente da chi invece dovrebbe tutelarli, allora non ci sarà mai futuro.
Il tempo delle analisi è scaduto da un pezzo. Senza un’inversione di rotta radicale – ed è bene che i decisori politici a ogni livello ne siano consapevoli – i centri dell’entroterra si spegneranno. Fino all’ultimo rantolo.
“Tsunami demografico” nelle Serre e nell’Alto Mesima: persi oltre la metà degli abitanti in 70 anni


