La pista che ha portato all’inchiesta romana sul Ponte sullo Stretto parte dalla Calabria. È stata infatti la Procura di Catanzaro, guidata dalla procuratore Salvatore Curcio, dallo scorso autunno, ad avviare accertamenti su possibili infiltrazioni della ‘ndrangheta nei futuri appalti legati alla grande opera. Intercettazioni telefoniche e ambientali che, nel corso delle attività investigative, hanno fatto emergere riferimenti alla Corte dei conti.
Il passaggio degli atti
Di fronte a quegli elementi, i magistrati calabresi hanno immediatamente informato la Procura della Repubblica di Roma, dando origine a un secondo filone d’indagine. L’inchiesta capitolina vede indagate tre persone: l’ex presidente aggiunto della Corte dei conti Tommaso Miele, l’ex consigliere di amministrazione della Stretto di Messina Spa Giacomo Francesco Saccomanno e l’imprenditore di Rosarno Vincenzo Virgiglio.
Il retroscena svelato
Come rivela la Gazzetta del Sud stamane in edicola in un articolo a firma di Lucio D’Amico, le indagini svolte dai carabinieri del Ros avrebbero documentato in tempo reale il tentativo, poi non andato a buon fine, di influenzare l’esame della delibera approvata dal Cipess il 6 agosto 2025, contenente il progetto definitivo del Ponte e l’atto aggiuntivo di convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società Stretto di Messina.
I due filoni dell’inchiesta
Le intercettazioni coprono il periodo compreso tra ottobre 2025 e maggio 2026. Proprio il 29 ottobre dello scorso anno la Corte dei conti aveva negato la registrazione della delibera Cipess. Un quadro che delinea l’esistenza di due distinti filoni investigativi: quello della Procura di Catanzaro, nato per verificare il rischio di infiltrazioni mafiose negli appalti del Ponte, e quello della Procura di Roma, sviluppatosi successivamente attorno al presunto tentativo di condizionare le valutazioni della magistratura contabile.



