Il Museo archeologico nazionale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia si prepara a inaugurare, venerdì 24 luglio alle 18 nella cornice del Castello federiciano, la mostra “Archeologia Salvata. Dal saccheggio alla memoria. Storie di tutela, traffici clandestini, sequestri e restituzioni”. L’esposizione, promossa dalla Direzione Regionale Musei Nazionali Calabria in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Venezia e la Laguna e il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, propone un percorso focalizzato sulla tutela e sul recupero dei beni sottratti al patrimonio dello Stato.
Ogni pezzo esposto viene raccontato attraverso una duplice biografia: da un lato la sua storia antica (produzione, utilizzo e contesto d’origine), dall’altro la sua complessa vicenda contemporanea, caratterizzata da scavi clandestini, passaggi nel mercato nero internazionale, indagini giudiziarie e, infine, il restauro e la restituzione alla collettività e alla ricerca scientifica.
Il cratere apulo e il dialogo con la stipe di Scrimbia
Il fulcro dell’esposizione è rappresentato da un monumentale cratere apulo a volute risalente al IV secolo a.C., recuperato all’interno di una collezione privata veneziana in seguito a un’articolata attività investigativa dei Carabinieri del TPC. Il prezioso vaso fa parte di un nucleo di dodici reperti ufficialmente assegnati al museo vibonese dopo la cerimonia di consegna svoltasi a Palazzo Ducale a Venezia nel dicembre 2025.
Questi materiali recuperati dialogano all’interno del percorso espositivo con i reperti provenienti dalla stipe votiva di Scrimbia, uno dei siti archeologici più rilevanti dell’antica Hipponion. Il legame profondo tra questi due nuclei documentali è l’attività di tutela e indagine che ha permesso di salvarli e renderli fruibili al pubblico.
La denuncia del saccheggio
La mostra offre anche l’occasione per presentare i frutti di un importante progetto di selezione, studio e restauro dei materiali conservati nei depositi del Museo “Vito Capialbi”. Questo intervento scientifico ha consentito di ricomporre capolavori della ceramica attica fino a oggi inediti, tra cui spicca una prestigiosa Anfora Panatenaica.
Accanto alle opere restaurate, l’allestimento include elementi architettonici, terrecotte votive e ceramiche esposte nello stesso stato in cui si trovavano al momento del sequestro ai “tombaroli”, ancora parzialmente ricoperte di terra. La presenza di strumenti da scavo clandestino, documentazione d’archivio e materiale fotografico mira a far riflettere il visitatore sul danno culturale e storico causato dal saccheggio, che priva per sempre i reperti del loro contesto stratigrafico originario. La mostra rimarca così il ruolo del museo non solo come spazio espositivo, ma come presidio attivo della legalità e della memoria storica del territorio.




