L’ultimo posto nei Livelli essenziali di assistenza ha undici volti

In primo piano le gravi inefficienze organizzative: un prezzo molto alto che pesa tutto sui pazienti

Le classifiche, da sole, raccontano poco. Un numero può suscitare curiosità, alimentare qualche polemica e riempire per un giorno le pagine dei giornali. Ma quando quel numero riguarda la qualità dell’assistenza sanitaria, dietro ogni punto perso non c’è una statistica: ci sono persone, famiglie, storie di fragilità.

L’ultimo posto occupato dalla sanità territoriale di Vibo Valentia nei Livelli Essenziali di Assistenza non rappresenta soltanto un dato amministrativo. È il segnale di un sistema che fatica a garantire ciò che dovrebbe costituire la propria missione fondamentale: assicurare ai cittadini un percorso di cura accessibile, tempestivo, continuo ed equo.

Le undici dimissioni disposte nei giorni scorsi da una RSA Medicalizzata non spiegano, da sole, questo risultato. Sarebbe semplicistico affermarlo. Esse rappresentano, però, l’immagine più evidente di un modello organizzativo che sembra riproporre criticità ormai strutturali.

Livello di raggiungimento degli obiettivi nelle principali aree dei LEA territoriali

Elaborazione sintetica su indicatori di performance della rete territoriale.

 

Lettura dei dati

Il dato più critico riguarda la continuità assistenziale (20%), ossia la capacità del sistema di accompagnare il paziente lungo l’intero percorso di cura, dall’ospedale ai servizi territoriali, fino all’assistenza residenziale e domiciliare. Le basse performance in accessibilità, tempestività ed equità confermano le difficoltà della rete territoriale nel garantire una presa in carico efficace e uniforme.

Da tempo emergono criticità che sembrano ripetersi con regolarità: autorizzazioni di durata standardizzata, richieste di proroga formulate quando il ricovero è appena iniziato, decisioni comunicate dopo 49 giorni della scadenza, difficoltà nell’attivazione delle dimissioni protette, burocratizzazione esasperata, ed inadempiente ,utilizzo solo parziale delle strutture disponibili e risorse economiche che non sempre si traducono integralmente in servizi erogati ai cittadini.

Presi singolarmente, questi elementi potrebbero essere considerati semplici problemi organizzativi. Osservati nel loro insieme, delineano invece un modello gestionale che rischia di privilegiare l’adempimento amministrativo rispetto alla programmazione assistenziale.

È proprio qui che il caso delle undici dimissioni assume un significato che supera il destino dei singoli pazienti coinvolge il sistema e chiama fortemente responsabilità del management aziendale.

La rete territoriale deve voltare pagina

Una rete territoriale moderna non si misura soltanto dal numero delle strutture autorizzate o dalle risorse economiche assegnate. Si misura dalla capacità di mettere realmente in relazione ospedali, Distretti, Unità di Valutazione Multidimensionale, RSA, assistenza domiciliare, medici di medicina generale e servizi sociali in un unico percorso di presa in carico.

Quando questa integrazione si indebolisce, il paziente diventa inevitabilmente l’anello più fragile della catena. Ogni passaggio si trasforma in un nuovo procedimento amministrativo, ogni proroga in un’incertezza, ogni dimissione in un problema che si trasferisce sulle famiglie.

Non sorprende, allora, che proprio le aree più critiche dei LEA territoriali coincidano con gli aspetti che quotidianamente emergono nella gestione delle persone più fragili: l’accessibilità ai servizi, la tempestività delle risposte, la continuità assistenziale e l’equità nell’accesso alle cure.

Un nuovo modello organizzativo

Il vero interrogativo non riguarda la correttezza del singolo provvedimento di dimissione. Riguarda il modello organizzativo nel suo complesso. Come è possibile che un territorio dotato di strutture accreditate, professionisti qualificati e risorse economiche dedicate continui a registrare risultati così deludenti? Perché esistono posti letto autorizzati che rimangono inutilizzati mentre aumentano i bisogni assistenziali? Per quale ragione le difficoltà organizzative sembrano prevalere sull’obiettivo di garantire continuità alle cure?

Sono domande che non cercano colpevoli, ma responsabilità e soluzioni.

I livelli essenziali di assistenza non sono statistica

Perché i LEA non sono una graduatoria costruita per soddisfare esigenze statistiche. Sono lo strumento con cui lo Stato misura il grado di tutela effettivamente garantito ai cittadini. Ogni punto perso negli indicatori di accessibilità, tempestività o continuità assistenziale si traduce, nella vita quotidiana, in un’attesa più lunga, in una famiglia lasciata sola, in un percorso di cura che si interrompe.

Le undici dimissioni di questi giorni rappresentano, dunque, molto più di undici provvedimenti amministrativi. Sono il punto in cui una criticità organizzativa diventa visibile e interpella l’intero sistema sanitario territoriale.

Utilizzo delle risorse e strutture disponibili

Se davvero si vuole risalire la classifica dei LEA non basteranno nuove norme, nuovi tavoli tecnici o nuove procedure. Sarà necessario valorizzare pienamente le strutture esistenti, utilizzare integralmente le risorse disponibili, ridurre i tempi decisionali e ricostruire una rete capace di mettere al centro il paziente e non la scadenza di un’autorizzazione. L’Unita di Valutazione Multidisciplinare (UVM) rappresenta il fulcro della governance dell’assistenza territoriale: non è chiamata a svolgere una mera funzione autorizzativa, ma a costruire, attraverso una valutazione multidimensionale, il percorso più appropriato per ciascun paziente. Le decisioni dell’UVM incidono direttamente sulla possibilità di accedere alle cure, sulla permanenza nelle strutture, sull’attivazione delle dimissioni protette e, più in generale, sulla continuità assistenziale.

Il paziente e il percorso assistenziale

Quando la valutazione multidimensionale perde la propria centralità e prevalgono logiche prevalentemente amministrative o criteri standardizzati, il rischio è duplice. Da un lato, il paziente può essere destinatario di un percorso assistenziale non pienamente coerente con i propri bisogni clinici, funzionali e sociali; dall’altro, anche il sistema sanitario diventa meno efficiente. Un ricovero interrotto prematuramente, una dimissione non adeguatamente programmata o una presa in carico territoriale tardiva possono tradursi in nuovi accessi al Pronto Soccorso, riospedalizzazioni evitabili, aggravamento della disabilità e incremento dei costi per il Servizio sanitario.

La valutazione multidimensionale non costituisce un adempimento formale. È lo strumento attraverso il quale il Servizio sanitario realizza i principi di appropriatezza, continuità delle cure e personalizzazione dell’assistenza, richiamati dal DPCM 12 gennaio 2017, dal Piano di Indirizzo per la Riabilitazione e dal DM 77/2022. Una valutazione UVM che si scosta da questo modello metodologico non produce soltanto effetti sul singolo paziente, ma compromette l’efficienza complessiva della rete territoriale.

È probabilmente in questo passaggio che si concentra una parte significativa delle difficoltà registrate dal territorio. 

 

Quando la valutazione multidimensionale non riesce a tradurre le informazioni cliniche, funzionali e sociali in decisioni realmente personalizzate, non è il singolo paziente a subire soltanto le conseguenze. È l’intera rete territoriale che perde efficacia. La continuità assistenziale si interrompe, aumentano i ricoveri evitabili, cresce il rischio di riospedalizzazione e le risorse disponibili vengono utilizzate in modo meno efficiente.

Verifiche, valutazioni e miglioramenti

Le criticità evidenziate nei LEA territoriali non rappresentano, quindi, una semplice fotografia statistica. Esse costituiscono il risultato di processi organizzativi e decisionali che devono essere costantemente sottoposti a verifica, valutazione e miglioramento, secondo i principi della governance clinica e della qualità sanciti dalla normativa nazionale. Il miglioramento continuo non è una facoltà, ma un preciso dovere organizzativo che coinvolge l’intera filiera delle responsabilità: dalle strutture erogatrici alle Unità di Valutazione Multidimensionale, dai Distretti alle Direzioni aziendali, fino ai livelli regionali di programmazione e controllo.

È proprio per questo che desta preoccupazione constatare come, di fronte a risultati territoriali così insoddisfacenti, il dibattito sembri concentrarsi non sull’analisi delle cause organizzative e sul miglioramento dei processi decisionali, bensì sulla riaffermazione di assetti di potere e di interpretazioni restrittive delle competenze professionali. Invece di interrogarsi sulle ragioni che hanno condotto il territorio agli ultimi posti nei LEA, si assiste talvolta a una progressiva compressione delle competenze cliniche, ad un irrigidimento delle procedure e ad una crescente attenzione verso aspetti formali, mentre rimangono sullo sfondo gli esiti di salute dei pazienti.

La riduzione della riospedalizzazione è un successo

Il paradosso diventa ancora più evidente quando tali impostazioni finiscono per coinvolgere realtà assistenziali che hanno dimostrato risultati clinici di assoluto rilievo. Una struttura che, in quattro anni di attività, ha preso in carico 207 pazienti conseguendo una riduzione della mortalità dal 30% al 16,9%, pari a un abbattimento del 43,7%, e una riduzione del tasso di riospedalizzazione dal 15% al 4,3%, pari a oltre il 71%, rappresenta un patrimonio di esperienza che dovrebbe essere oggetto di studio, confronto e valorizzazione. In un sistema orientato al miglioramento continuo, risultati di questo livello dovrebbero costituire un’opportunità per comprendere quali modelli organizzativi funzionano e come possano essere estesi all’intera rete territoriale.

Il territorio e il diritto costituzionale alla salute

Una sanità moderna non può fondarsi sulla difesa delle prerogative istituzionali o sulla prevalenza delle logiche amministrative rispetto alla valutazione degli esiti. Deve misurarsi sulla capacità di produrre salute, ridurre la mortalità, limitare le riospedalizzazioni evitabili e garantire percorsi assistenziali realmente appropriati. Gli esiti rappresentano il criterio più rigoroso attraverso cui valutare l’efficacia di un’organizzazione sanitaria.

L’ultimo posto nei LEA non è soltanto una posizione in una graduatoria. È la misura della distanza che separa un territorio dal diritto costituzionale alla salute. Ed è una distanza che non può più essere considerata inevitabile. Soltanto affrontando con coraggio le criticità organizzative, valorizzando le competenze professionali, adottando metodologie di valutazione condivise e ponendo gli esiti clinici al centro delle decisioni sarà possibile trasformare quella classifica da fotografia delle criticità a punto di partenza per un autentico cambiamento.

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