C’è una notizia che arriva da Bologna e che merita di essere raccontata non soltanto come una bella storia di solidarietà, ma come una domanda rivolta a tutti noi. Il quartiere Pilastro, raccontato nel corso degli anni per difficoltà ed emergenze e in questi giorni balzato alle cronache per la morte di un uomo provocata dall’intervento della Polizia scatenando reazioni pesanti, offre oggi un’altra immagine di sé: quella di una realtà dove esistono anche energie positive, persone che scelgono di mettersi al servizio degli altri e costruire risposte concrete ai bisogni della comunità.
Scendono in campo i buoni dottori
Nascerà un poliambulatorio gratuito grazie all’associazione “Buoni Dottori”, formata da ex primari ospedalieri che, dopo una vita trascorsa dentro le corsie e nelle sale operatorie, hanno scelto di mettere ancora una volta le proprie competenze a disposizione delle persone più fragili. Medici che non chiedono incarichi, visibilità o riconoscimenti economici. Medici che hanno deciso semplicemente di restituire alla comunità una parte del patrimonio professionale costruito negli anni. È questo il punto. La solidarietà, quando è autentica, non è una parola da pronunciare nelle occasioni ufficiali. È un comportamento quotidiano, presenza, disponibilità e aiuto verso il prossimo.
L’iniziativa bolognese nasce grazie al presidente Pietro Cortelli e ai soci fondatori Claudio Borghi, Eugenio Brunocilla, Massimo P. Di Simone, Gaetano Domenico Gargiulo, Gilberto Poggioli, Eleonora Porcu, Livio Presutti, Mario Taffurelli e Pierluigi Viale, con il sostegno concreto del Comune di Bologna che ha messo a disposizione gli spazi e favorito la collaborazione con i servizi sociali e il Terzo Settore.
Un modello che non sostituisce la sanità pubblica, ma la affianca. Perché il volontariato non può diventare la risposta ai tagli e alle carenze del sistema sanitario, ma può rappresentare quella rete umana capace di impedire che chi è più debole venga lasciato solo.
Una domanda che riguarda anche i nostri territori
L’esempio di Bologna porta inevitabilmente a una riflessione che riguarda anche realtà come Vibo Valentia e la Calabria, dove ogni giorno cittadini anziani, famiglie in difficoltà e persone fragili devono affrontare liste d’attesa, percorsi burocratici complessi e servizi spesso insufficienti.
In questo contesto qualche segnale positivo già esiste. CITTÀ ATTIVA Vibo Valentia ad esempio, nel suo piccolo ha scelto di affiancare i cittadini aiutandoli a orientarsi nel caos delle procedure e delle attese, dimostrando che il volontariato può diventare uno strumento concreto di vicinanza e non solo per costruire incarichi, qualche poltroncina o gestione. L’elenco delle associazioni in questo territorio è corposo. Rappresentano una presenza importante nella società civile e proprio per questo non possono limitarsi alle cerimonie, alle ricorrenze e alle occasioni pubbliche. La vera sfida è portare quella stessa energia nei luoghi dove la gente soffre. Negli ospedali, nei servizi sociali, nell’assistenza domiciliare. Negli uffici dove un cittadino spesso si perde davanti a una pratica o a una richiesta.
La solidarietà si vede dove nessuno applaude
Il volontariato non deve essere una vetrina. Deve essere un servizio. Chi possiede tempo, competenze, esperienza e capacità organizzativa può fare la differenza. Un professionista in pensione, un’associazione, un gruppo di cittadini possono diventare un punto di riferimento per chi non riesce più a trovare risposte. E mentre a Bologna alcuni ex primari (tra loro luminari della medicina e della chirurgia) scelgono di aprire gratuitamente le porte della loro esperienza, in altri territori troppo spesso si attende che tutto arrivi dall’alto, oppure che qualcuno venga chiamato con incarichi e compensi. È una contraddizione che dovrebbe far riflettere.



