La famiglia di Andrea Minasi scrive a Mattarella, Meloni e Occhiuto: nostra figlia deve vivere, da questa tragedia nascano riforme per sanità e sicurezza

Lettera aperta alle massime istituzioni dello Stato dopo il grave investimento della studentessa del Conservatorio Torrefranca. Chiesti interventi concreti su emergenza sanitaria, sicurezza stradale e formazione dei medici

La vicenda di Andrea Minasi supera ormai i confini della cronaca. La famiglia della 23enne di Nicotera, travolta sulle strisce pedonali a Vibo Valentia il 28 luglio scorso e ricoverata in gravissime condizioni nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro, ha deciso di rivolgersi alle più alte cariche dello Stato con una lunga lettera aperta che è insieme testimonianza di dolore e richiesta di cambiamento.

La missiva, firmata dalla famiglia e scritta dalla zia Immacolata Corso, è indirizzata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, ai ministri della Salute e delle Infrastrutture e dei Trasporti, al prefetto di Vibo Valentia, al presidente della Provincia, al Senato della Repubblica e alla Camera dei Deputati.

Nelle stesse ore, secondo quanto si è appreso, dal reparto di Rianimazione sarebbero stati ridotti i livelli di sedazione. Andrea avrebbe manifestato segni di sofferenza, un passaggio che conferma quanto delicata resti la fase clinica che la giovane sta affrontando. Le sue condizioni continuano a essere monitorate dall’équipe medica.

Una giovane che ha scelto di restare in Calabria

Nella lettera la famiglia ricorda chi è Andrea, ben oltre il tragico incidente che l’ha coinvolta. Ventitré anni, pianista, studentessa del Conservatorio “Fausto Torrefranca” di Vibo Valentia, a pochi mesi dal conseguimento del diploma. Una ragazza che, scrivono i familiari, aveva scelto di costruire il proprio futuro nella terra in cui era nata, rimanendo in Calabria mentre tanti coetanei sono costretti a partire. È proprio questo il punto da cui prende avvio un appello che evita volutamente i toni della polemica politica e punta invece a trasformare una vicenda personale in una riflessione collettiva.

Perché una famiglia deve aspettare così tanto i soccorsi?

Il passaggio più forte riguarda i minuti successivi all’investimento. La famiglia racconta che i soccorsi sarebbero arrivati dopo circa cinquanta minuti, un tempo vissuto come interminabile da chi assisteva impotente alla scena. In quei momenti, spiegano, determinanti sarebbero stati gli interventi della zia, che conosceva le manovre di primo soccorso, e quello di una pediatra di passaggio che si fermò immediatamente per prestare assistenza fino all’arrivo dell’ambulanza. La lettera, però, chiarisce subito un punto: non c’è alcun attacco ai medici, agli infermieri o agli operatori del 118.

Al contrario, la famiglia esprime profonda riconoscenza nei confronti del personale sanitario, sottolineando come il problema non siano i professionisti, ma un sistema che necessita di essere rafforzato con uomini, mezzi e organizzazione.

Il grazie ai Carabinieri e il silenzio delle istituzioni

Ampio spazio viene dedicato anche al ringraziamento rivolto all’Arma dei Carabinieri. I familiari raccontano di aver trovato non soltanto investigatori impegnati negli accertamenti, ma persone che sono rimaste loro accanto con sensibilità e discrezione durante i giorni più difficili. Accanto a questo riconoscimento emerge però anche l’amarezza per quello che viene definito il silenzio delle istituzioni.

La famiglia precisa di non aver mai cercato visibilità o passerelle, ma di aver sentito la mancanza di una presenza istituzionale capace di condividere il peso di un dramma umano che ha profondamente colpito l’intera comunità.

Le richieste: sanità, medici e sicurezza sulle strade

La seconda parte della lettera si trasforma in una piattaforma di proposte. Al presidente Occhiuto viene chiesto di rafforzare la rete dell’emergenza-urgenza in Calabria, investendo su personale, mezzi, elisoccorso e organizzazione per ridurre i tempi di intervento.

Alla presidente del Consiglio Meloni viene invece chiesto un intervento sulla carenza nazionale di medici, ripensando la programmazione del fabbisogno e l’accesso ai corsi di laurea in Medicina per evitare che migliaia di giovani siano costretti a formarsi all’estero.

Infine, la famiglia invoca un piano nazionale per la sicurezza stradale: attraversamenti pedonali più protetti, maggiore illuminazione, semafori, dossi dove necessari, controlli sulla velocità ed educazione stradale, affinché tragedie come quella che ha coinvolto Andrea possano essere prevenute.

Che Andrea non sia soltanto una notizia

Nelle ultime righe della lettera emerge il significato più profondo dell’appello. La famiglia annuncia l’intenzione di promuovere un’interrogazione parlamentare e di coinvolgere tutte le istituzioni affinché questa vicenda non si esaurisca nelle pagine di cronaca. “Andrea deve vivere”, scrivono i familiari. Ma aggiungono anche che il suo nome non dovrà diventare soltanto il ricordo di una tragedia. Dovrà rappresentare l’occasione per costruire una sanità più efficiente, strade più sicure e uno Stato capace di intervenire quando ogni minuto può fare la differenza tra la vita e la morte.

Un appello che nasce dal dolore di una famiglia, ma che chiama in causa responsabilità e scelte che riguardano un intero Paese.

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