Il Partito Democratico di Vibo Valentia sta consumando il proprio patrimonio politico nel momento in cui dovrebbe dimostrare di saper governare. Aveva riconquistato Palazzo Luigi Razza dopo quattordici anni di opposizione, sfruttando anche le profonde divisioni del centrodestra e il peso politico del sindaco Enzo Romeo. Oggi, però, sembra aver imboccato la stessa strada: una lunga guerra interna che rischia di paralizzare l’azione amministrativa e di compromettere l’unica vera occasione di costruire un’alternativa di governo credibile.
Il punto non è che il Pd litighi. Nei grandi partiti il confronto è fisiologico. Il problema nasce quando le divisioni non riguardano idee, programmi o strategie, ma diventano esclusivamente uno scontro tra gruppi, persone e posizioni di potere. È ciò che sta accadendo a Vibo.
Quando manca la politica restano soltanto le correnti
Un partito si lacera quando non riesce a costruire una visione della città e quando non trova il coraggio di assumere decisioni sulle grandi questioni che attendono risposte da anni. È sufficiente guardare a Vibo Marina. Il Piano Spiaggia è stato approvato all’unanimità senza un vero confronto sul modello di sviluppo turistico della costa, eppure sbandierano di avere lasciato l’80 per cento del litorale libero (da investimenti e da prospettive di sviluppo e di occupazione). La vicenda della Meridionale Petroli continua a rappresentare uno dei dossier più delicati sul piano economico, ambientale e urbanistico senza che emerga una posizione politica forte. Il rapporto con l’Autorità di sistema portuale continua a vedere la politica rincorrere decisioni assunte altrove. Sul porto, sul waterfront, sulla viabilità, sul rilancio turistico e commerciale la città continua ad attendere una strategia. Nel frattempo il Pd discute di espulsioni, di incarichi, di assetti interni, di regolamenti di conti. È il segnale più evidente di un partito che fatica a trovare una missione politica.
Dalle epurazioni alle fughe
La crisi parte da lontano. Prima la caduta del giovane segretario provinciale Giovanni Di Bartolo e poi l’elezione di Teresa Esposito. Dopo la vittoria elettorale arrivano le prime tensioni nella squadra di governo: l’uscita dell’assessore Vania Continanza e l’ingresso di Francesco Colelli, figlio della stessa segretaria provinciale. Una scelta contestata ma difesa dal sindaco in nome della stabilità della maggioranza. Da quel momento il confronto politico lascia progressivamente spazio allo scontro interno.
Laura Pugliese abbandona la guida del gruppo consiliare, lascia il Partito Democratico e aderisce a Casa Riformista-Italia Viva spiegando una scelta destinata a pesare con una frase che fotografa il momento: “Questo Pd non mi ha capito”. Nessuno può dimenticare lo scontro frontale con il presidente del consiglio comunale Antonio Iannello. Poi arriva il caso Antonella Petracca.
La denuncia pubblica di Petracca
Nel suo intervento in Consiglio comunale, la consigliera racconta una vicenda destinata ad alimentare nuove polemiche. Ricorda che Laura Pugliese, dopo aver definito Antonio Iannello “inadeguato al ruolo”, non venne espulsa, ma fu addirittura nominata capogruppo. “Io, invece, vengo espulsa”, afferma, denunciando un’evidente disparità di trattamento. Ancora più pesante il passaggio nel quale riferisce di essere stata convocata nello studio del presidente del Consiglio comunale e di essersi sentita dire: “O ti dimetti, o facciamo un comunicato congiunto oppure ti facciamo l’espulsione”, scegliendo di non arretrare sulle critiche che la stessa aveva mosso all’esecutivo.
Nel resto della dichiarazione Petracca rivendica di aver semplicemente esercitato il ruolo di consigliera, chiedendo trasparenza sugli atti, sul Piano del commercio, sugli stalli blu, sulla videosorveglianza, sul Polo universitario e sulle procedure amministrative, sostenendo di essere diventata “una presenza scomoda”.
L’attacco dei dirigenti alla segreteria
Ma la crisi supera ormai i confini del gruppo consiliare. Un documento sottoscritto da dirigenti di primo piano del Partito Democratico chiede una svolta radicale nella gestione della Federazione provinciale, denunciando un partito “meno radicato sul territorio”, “meno incisivo”, incapace di coinvolgere amministratori, iscritti e giovani e sempre più distante dalla collegialità delle decisioni. A firmare il documento sono Raffaele Mammoliti (Direzione nazionale Pd), Carmelo Apa (Assemblea nazionale), Vincenzo Insardà (Tesoriere regionale), Luigi Tassone (Direzione regionale), Stefano Soriano (Direzione regionale) e Vincenzo Mirabello (Assemblea provinciale).
Non è la protesta di qualche militante isolato. È una parte della classe dirigente che mette formalmente in discussione il metodo di guida della segreteria provinciale.
Il regalo più grande al centrodestra
Il rischio politico è evidente: il centrodestra perse Palazzo Luigi Razza soprattutto perché incapace di trovare unità. Oggi quella stessa fotografia sembra essersi trasferita nel campo avversario. Con una differenza sostanziale. Allora il centrosinistra era all’opposizione e poteva permettersi di denunciare gli errori di chi governava. Oggi il Partito Democratico è forza di governo e ogni frattura interna produce effetti diretti sull’amministrazione della città.
Il vero interrogativo, allora, non riguarda l’ennesima espulsione o l’ennesimo documento interno. Riguarda ciò che il Pd non sta facendo. Perché mentre la politica discute di sé stessa, Vibo continua ad aspettare scelte sul porto, sul turismo, sul commercio, sul rilancio di Vibo Marina, sulla sanità, sulle infrastrutture e sul futuro economico del territorio.
Quando un partito smette di confrontarsi sui problemi della città e concentra il dibattito esclusivamente sulle proprie dinamiche interne, significa che ha smarrito il baricentro della sua azione politica. Ed è proprio in quel momento che l’opposizione non ha più bisogno di costruire una campagna elettorale. Le basta aspettare.



