La Calabria è bellissima. Non abbiamo bisogno di convincere nessuno del contrario. Questa volta, a farlo, è il New York Times, che dedica alla Costa degli Dei un lungo reportage e racconta Pizzo, Parghelia, Zungri, Tropea, Ricadi, Capo Vaticano e Carìa come un territorio capace di sorprendere per paesaggio, storia, tradizioni e gastronomia.
È una buona notizia. Ma proprio quel racconto contiene anche qualcosa che dovrebbe farci riflettere: quattro treni cancellati in sei giorni e la constatazione che si punta sul turismo senza aver risolto i problemi delle infrastrutture ferroviarie. Ed è qui che finisce la cartolina e comincia la Calabria reale.
La bellezza non basta
Perché una terra può avere il mare, i borghi, la storia, il cibo e paesaggi straordinari, ma se mancano collegamenti, servizi e condizioni favorevoli agli investimenti, quella ricchezza resta in gran parte inespressa. La domanda, allora, non è se la Calabria sia bella. La domanda è perché, con un patrimonio simile, non riesca a produrre abbastanza lavoro e opportunità da trattenere i suoi giovani.
Il reportage del quotidiano americano racconta anche il ritorno di giovani (per la verità pochi) che hanno lasciato la Calabria e hanno deciso di investire qui. Ma subito dopo riemergono le difficoltà strutturali: trasporti, sanità e servizi. È questa la contraddizione che la politica dovrebbe affrontare, invece di limitarsi a promuovere ciò che abbiamo.
I numeri non fanno propaganda
Il Sole 24 Ore, sui dati Istat relativi al triennio 2023-2025, mette Catanzaro, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia tra i capoluoghi italiani con saldo negativo anche considerando l’immigrazione internazionale. Crotone e Reggio Calabria registrano inoltre saldi migratori interni tra i peggiori d’Italia.
Dietro quei numeri ci sono giovani che partono, famiglie che si spostano, professionalità che si perdono. E quando una regione perde soprattutto chi dovrebbe costruirne il futuro, non siamo davanti a un semplice problema demografico.
La responsabilità è politica
Qui sta il punto che non può essere eluso. La Calabria non ha bisogno di un’altra fotografia spettacolare. Ha bisogno delle condizioni perché quella fotografia diventi economia: infrastrutture, collegamenti, servizi, sanità efficiente, territori ordinati, certezza delle regole e una strategia capace di accompagnare gli investimenti soprattutto nel settore turistico che fa da cornice alle bellezze di questo territorio.
Perché anche quando un investimento arriva, se attorno non esiste un sistema capace di sostenerlo, resta un episodio e non diventa sviluppo. E allora il problema non è la Calabria. Il problema è ciò che la politica ha fatto – e non ha fatto – con le enormi possibilità di questa terra.
Dopo l’estate restano le domande
Ad agosto possiamo riempire le coste, organizzare concerti, navigare davanti a Tropea e raccontare al mondo un mare straordinario. Ma dopo l’estate il conto torna a presentarsi: lavoro, servizi, trasporti, sanità, spopolamento. La vera misura della crescita non sarà il numero delle campagne promozionali né quello dei turisti fotografati sulle nostre spiagge. Sarà il numero dei giovani che potranno scegliere di restare.
Perché una Calabria bellissima che continua a perdere i suoi figli non è una Calabria che ha risolto i propri problemi. È una Calabria che deve ancora spiegare perché, dopo tanti anni di governo e tanti annunci, la sua più grande ricchezza continua a essere anche la sua più grande occasione mancata.




