Terzo Settore, il pilastro invisibile della comunità: il bene va fatto bene

A Jonadi il primo di tre convegni promossi dall'Associazione Il Dono mette al centro formazione, progettazione sociale, professionalità e collaborazione tra enti. Dal fundraising alla rendicontazione, fino alla necessità di fare rete, il confronto richiama il ruolo sempre più strategico del non profit

Il 25 agosto 2026, presso la sede dell’Associazione Il Dono a Jonadi (VV), si è tenuto il primo di tre convegni promossi dall’Associazione e dedicati all’approfondimento del ruolo, delle prospettive e della professionalizzazione del Terzo Settore, con il contributo di Adjuvantes – Fondo di Solidarietà Educativa, della Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino Angelicum e del Forum del Terzo Settore di Vibo Valentia. Al centro dell’incontro formazione, progettazione sociale, competenze professionali, rendicontazione e costruzione delle reti territoriali. Titolo del convegno: “Il bene va fatto bene”.

Il Terzo Settore come Colapesce

Come Colapesce, che secondo la leggenda siciliana scese nelle profondità del mare per sostenere il pilastro sotto Messina ed evitare che la Sicilia sprofondasse, così il Terzo Settore sostiene oggi una parte essenziale della società, spesso senza che il suo ruolo sia pienamente percepito. È stata una delle immagini più significative emerse durante il convegno. A proporre la similitudine è stato Giuseppe Tiano, che ha ricordato la leggenda secondo la quale la Sicilia poggerebbe su tre pilastri e quello situato sotto Messina avrebbe iniziato a cedere. Per evitare che l’isola affondasse, Colapesce sarebbe sceso nelle profondità del mare scegliendo di rimanervi per sorreggerla.

Da qui il parallelismo con il presente: il Terzo Settore come un Colapesce contemporaneo, un pilastro spesso invisibile che sostiene una parte fondamentale della vita della comunità. “Il Terzo Settore è il terzo pilastro della democrazia”, ha affermato Tiano nel corso del proprio intervento. Un pilastro che, però, non può più essere affidato soltanto alla buona volontà. Professionalità, capacità amministrativa, progettazione, rendicontazione, formazione e costruzione di reti sono stati infatti i temi che hanno attraversato gli interventi di padre Francesco Compagnoni, Liliana Grasso, Giuseppe Tiano, Giuseppe Merante, Valerio Pierleoni e Pino Conocchiella.

Padre Francesco Compagnoni: la buona volontà da sola non basta

Ad aprire il confronto è stato padre Francesco Compagnoni, presidente di Adjuvantes e con un’esperienza nel settore iniziata nel 1994. Compagnoni ha posto immediatamente al centro del dibattito una questione fondamentale: perché è necessario essere professionali anche quando si opera per finalità solidaristiche? La risposta parte dalla complessità stessa dei problemi affrontati. Secondo Compagnoni, “la sola buona volontà non è sufficiente a generare un cambiamento sociale concreto e duraturo”. Il Terzo Settore non deve quindi limitarsi all’intervento occasionale, ma deve essere capace di incidere sulla società, distinguendo chiaramente i fini dagli strumenti utilizzati per raggiungerli.

Professionalità significa saper analizzare i problemi, evitare interventi improvvisati, garantire trasparenza nell’utilizzo delle risorse e assumersi le responsabilità derivanti dalla gestione di servizi e attività rivolti alle persone. Uno degli aspetti richiamati nel suo intervento è stato il fundraising, non considerato soltanto come capacità tecnica di reperire risorse, ma anche come questione etica: chi raccoglie e gestisce fondi amministra risorse che non gli appartengono e deve farlo con responsabilità e correttezza.

Professionalizzare il settore, tuttavia, non significa privarlo della sua dimensione umana. Al contrario, per Compagnoni solidarietà e fraternità rappresentano condizioni necessarie della stessa giustizia sociale. Il Terzo Settore si inserisce così nel più ampio concetto di economia civile, nella quale l’economia non ha esclusivamente la funzione di produrre ricchezza, ma può contribuire alla costruzione di solidarietà e coesione sociale.

Liliana Grasso: un buon progetto non comincia da un bando

L’intervento di Liliana Grasso ha posto al centro la progettazione sociale. Il punto di partenza è stato netto: una buona progettazione non nasce dalla pubblicazione di un bando. Attendere un’opportunità di finanziamento e chiedersi soltanto successivamente quale attività farvi rientrare significa invertire il corretto processo progettuale. Prima occorre conoscere le persone, il problema e il territorio; soltanto successivamente verificare quale strumento economico possa consentire di intervenire. Il finanziamento è dunque un mezzo, non ciò che determina il progetto.

Grasso ha sintetizzato il punto di partenza della progettazione sociale attraverso tre parole: persone, possibilità e contesto. La stessa condizione individuale può produrre conseguenze profondamente differenti in funzione dell’ambiente nel quale la persona vive, dei servizi disponibili, dei trasporti, delle opportunità di formazione, di lavoro e di partecipazione.

Da qui l’esigenza di costruire contemporaneamente una mappa dei bisogni e una mappa delle risorse. E per risorse non si intendono soltanto quelle economiche: sono risorse le capacità delle persone, le famiglie, i servizi sociali e sociosanitari, gli enti del Terzo Settore, le scuole, le imprese, le istituzioni, gli spazi, le competenze e le relazioni presenti sul territorio.

Centrale anche il principio della partecipazione. I destinatari non dovrebbero essere soltanto oggetto dell’analisi, ma, quando possibile, partecipare direttamente alla definizione dei problemi, delle priorità e delle proprie aspirazioni. “C’è una differenza sostanziale tra progettare per qualcuno e progettare con qualcuno”, è stato uno dei concetti sottolineati durante l’intervento.

Il progetto deve infine produrre un cambiamento verificabile. Non conta semplicemente avere organizzato un laboratorio, un corso o un’attività: bisogna comprendere che cosa sia realmente cambiato nella vita delle persone.

Tra gli esempi riportati, quello di una madre che, durante la presentazione di un progetto rivolto all’autonomia, raccontò come la figlia avesse iniziato ad aiutarla a preparare la colazione al mattino. Un risultato apparentemente piccolo, ma capace di rappresentare concretamente un’autonomia acquisita.

La progettazione sociale si misura quindi anche attraverso quante possibilità, alla conclusione di un progetto, siano state trasformate in realtà.

Giuseppe Tiano: il Terzo Settore come Colapesce

L’intervento di Giuseppe Tiano ha concentrato l’attenzione sul ruolo strutturale ricoperto dal Terzo Settore nella società. Per raccontarlo ha scelto proprio la leggenda di Colapesce.

Secondo il racconto popolare, la Sicilia poggerebbe su tre pilastri e quello situato sotto Messina avrebbe iniziato a cedere. Colapesce sarebbe allora sceso nelle profondità del mare, decidendo di rimanervi per sostenere il pilastro ed evitare che l’isola sprofondasse.

La metafora utilizzata è quella di un Terzo Settore che svolge oggi una funzione simile: sostiene una parte della società, spesso senza essere visto e senza che venga pienamente riconosciuto il peso che porta ogni giorno. Da qui la definizione del Terzo Settore come “terzo pilastro della democrazia”.

Alla metafora del pilastro Tiano ne ha affiancata una seconda: quella del ponte. Il Terzo Settore non è un ponte provvisorio costruito soltanto per affrontare un’emergenza, ma un ponte stabile, destinato a rappresentare una componente strutturale della società.

Uno dei temi centrali del suo intervento ha riguardato il divario tra l’importanza raggiunta dal Terzo Settore e lo spazio che ancora oggi gli viene riservato nella formazione universitaria. Nel corso dell’intervento sono stati richiamati dati riguardanti circa 1,2 milioni di lavoratori dipendenti, circa 400 mila enti e una realtà economica e sociale ormai di dimensioni tali da rendere sempre più difficile considerare il comparto un ambito marginale.

Il volontariato continua a rappresentare uno degli elementi fondamentali del settore, ma non può essere l’unico criterio attraverso cui descriverlo. Gli enti gestiscono personale, risorse, obblighi normativi, contratti, progetti e servizi. Per questo servono avvocati, commercialisti, progettisti, fundraiser e professionisti specializzati.

La prospettiva proposta è anche generazionale: il Terzo Settore deve essere riconosciuto dai giovani come uno spazio nel quale sia possibile costruire una vera professionalità e una prospettiva lavorativa.

Se Colapesce continua a sostenere il pilastro della Sicilia, dunque, il Terzo Settore continua ogni giorno a sostenere una parte della società. E proprio perché il peso che porta è così importante, non può essere lasciato alla sola improvvisazione.

Giuseppe Merante: non basta dire quanto si è speso, bisogna spiegare cosa si è prodotto

Con Giuseppe Merante il confronto si è spostato sugli aspetti tecnici, normativi e amministrativi della riforma del Terzo Settore.

Il suo intervento ha ripreso due principi già emersi nel corso del convegno: la necessità di accompagnare la passione dell’azione volontaria con la competenza e l’importanza di realizzare i progetti soltanto dopo una reale analisi dei bisogni del territorio.

La riforma ha progressivamente costruito un sistema più strutturato, introducendo nuove responsabilità e obblighi per gli enti. Uno dei concetti centrali è quello della rendicontazione.

Per un ente del Terzo Settore non è sufficiente dimostrare che entrate e uscite siano contabilmente corrette. Occorre anche interrogarsi su ciò che le risorse impiegate abbiano concretamente prodotto.

Se per un’impresa il bilancio permette di comprendere l’esistenza di un utile o di una perdita, per un ente con finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale questa informazione non può essere sufficiente.

Da qui il ruolo dell’accountability e del bilancio sociale. Rendicontare significa quindi essere capaci di descrivere non soltanto quanto è stato speso, ma quali persone sono state raggiunte, quali attività sono state realizzate e quali cambiamenti sono stati effettivamente prodotti.

La trasparenza diventa così parte integrante della professionalità richiesta a un ente.

Valerio Pierleoni: ventisei anni di formazione e solidarietà educativa

Valerio Pierleoni ha ripercorso la storia e l’esperienza di Adjuvantes – Fondo di Solidarietà Educativa, realtà nata nel 2000 in collegamento con la Facoltà di Scienze Sociali dell’Angelicum e impegnata da oltre vent’anni nella formazione e nel sostegno degli studenti.

La nascita dell’esperienza è legata alla necessità, emersa alla fine degli anni Novanta, di offrire una preparazione specifica a chi operava nelle nuove realtà associative e nel volontariato.

Nel 1998 prese avvio il corso dedicato al Management del Terzo Settore, ancora oggi attivo e rivolto a chi desidera acquisire o migliorare le proprie capacità gestionali nel mondo delle organizzazioni non profit. Parallelamente venne sviluppato il Catholic Studies Rome Program, rivolto a studenti statunitensi.

Nel corso degli anni l’attività di Adjuvantes ha assunto una dimensione sempre più internazionale. Il Catholic Studies ha coinvolto 343 studenti statunitensi in dieci anni; i programmi di borse di studio rivolti all’Europa centro-orientale hanno interessato 30 studenti provenienti da 12 Paesi, mentre le Summer School hanno coinvolto oltre cento partecipanti provenienti da numerose nazioni.

Tra il 2003 e il 2016, in collaborazione con la LUMSA, è stato inoltre realizzato un Master in Management e Responsabilità Sociale d’Impresa articolato in 1.500 ore di formazione, 8 moduli e 3 laboratori, con il coinvolgimento di oltre 50 partner, tra cui ACEA, ENEL, KPMG, Banca Etica e Coldiretti.

Resta centrale il Corso professionale in Management delle Organizzazioni del Terzo Settore e delle Imprese Sociali, nato nel 1998 con l’obiettivo di integrare competenze tecniche e valori umani.

Il percorso affronta diritto e normativa, contabilità e fisco, organizzazione e risorse umane, progettazione sociale, comunicazione, fundraising, etica e deontologia professionale e sviluppo locale partecipato.

La formula weekend – un venerdì pomeriggio e un sabato al mese – permette anche a chi già lavora di acquisire strumenti utili alla gestione e allo sviluppo di un’organizzazione del Terzo Settore.

L’esperienza di Adjuvantes sintetizza così uno dei messaggi centrali dell’intero convegno: lavorare nel non profit non significa rinunciare alla professionalità. La formazione diventa il mezzo attraverso il quale trasformare una vocazione solidaristica in capacità concreta di incidere sulla realtà.

Pino Conocchiella: fare rete non è più un’opzione

A chiudere gli interventi è stato Pino Conocchiella, che ha riportato l’attenzione su quella che ha definito la linfa vitale del settore: la capacità di stare insieme.

In una società nella quale i bisogni cambiano rapidamente, “fare rete non è più un’opzione o un’attività secondaria”, ma una scelta strategica per il futuro degli enti.

La crescente complessità normativa e organizzativa rischia infatti di creare difficoltà soprattutto alle realtà più piccole, nate spesso dalla risposta spontanea a un bisogno avvertito sul territorio.

La rete può consentire di condividere costi, attrezzature e personale, ridurre le spese, accedere a finanziamenti più consistenti e mettere insieme professionalità differenti. Può inoltre evitare la duplicazione di servizi analoghi e rendere più semplice per cittadini e persone fragili individuare gli interlocutori ai quali rivolgersi.

Fare rete significa anche rafforzare il dialogo con Comuni, Regione, aziende sanitarie e Stato. Conocchiella ha richiamato in questo senso l’articolo 55 del Codice del Terzo Settore e gli strumenti della coprogrammazione e coprogettazione, sottolineando la necessità di far evolvere il rapporto tra pubbliche amministrazioni ed enti verso forme più concrete di collaborazione.

Nel territorio vibonese è stata ricordata anche l’esperienza del rapporto con l’Azienda sanitaria provinciale e della costruzione di strumenti di confronto tra utenza, Terzo Settore e istituzione pubblica.

La rappresentanza, tuttavia, non deve esaurirsi nella contestazione. Le reti hanno anche il compito di avanzare proposte, assumere impegni precisi, condividere responsabilità e consentire la partecipazione delle realtà associative indipendentemente dalle loro dimensioni.

“Il bene va fatto bene”

La solidarietà rimane il motore del Terzo Settore. Senza volontariato, partecipazione e disponibilità delle persone, moltissime esperienze non sarebbero mai nate. Ma oggi questo non basta più.

Servono persone preparate, enti trasparenti, progetti costruiti sui bisogni reali, capacità di misurare i risultati e organizzazioni capaci di collaborare tra loro e con le istituzioni.

Ed è proprio qui che ritorna l’immagine di Colapesce. Nella leggenda nessuno vede ciò che accade sotto il mare: la vita sull’isola continua perché qualcuno, nelle profondità, sostiene il pilastro.

Allo stesso modo, una parte della vita sociale continua ogni giorno grazie a organizzazioni, volontari e professionisti che accompagnano persone fragili, realizzano servizi, costruiscono opportunità, intercettano bisogni e tengono insieme pezzi di comunità.

Il Terzo Settore è come Colapesce: sostiene uno dei pilastri della società. E proprio perché il peso che porta è così grande, non possiamo chiedergli di reggerlo soltanto con la buona volontà.

Il bene deve essere fatto. E deve essere fatto bene.

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