Un anno dopo la morte di Francesco, sul Parco urbano restano ancora domande e responsabilità da chiarire

Il piccolo Mirabelli fu travolto il 5 settembre 2025 da una trave di una struttura fitness. Dopo il disperato intervento allo Jazzolino e il trasferimento al Bambino Gesù di Roma, morì alcuni giorni dopo

È passato un anno da quel 5 settembre 2025, quando il Parco urbano di Moderata Durant divenne teatro di una tragedia che sconvolse Vibo Valentia. Francesco Mirabelli, tre anni e mezzo, venne colpito e schiacciato da una pesante trave di una struttura dell’area fitness. Le sue condizioni apparvero subito gravissime. All’ospedale Jazzolino i medici tentarono un intervento disperato, riuscendo a fermare l’emorragia nonostante tre arresti cardiaci durante l’operazione. Poi il trasferimento al Bambino Gesù di Roma, dove il bambino arrivò con un volo militare. Per alcuni giorni la famiglia rimase aggrappata alla speranza, fino al drammatico epilogo: Francesco morì in quell’ospedale romano pochi giorni dopo l’incidente, lasciando una città sotto shock.

La tragedia, dunque, non si consumò in un istante. Ci fu un primo drammatico intervento a Vibo, il trasferimento nella Capitale, giorni di attesa e infine la morte. Il funerale, il 13 settembre, portò centinaia di persone nel Duomo di San Leoluca. La città proclamò il lutto cittadino e per giorni davanti ai cancelli del parco furono lasciati fiori, palloncini e messaggi.

L’inchiesta e i tempi della giustizia

A un anno di distanza, però, il punto non è soltanto ricordare quella tragedia. È capire che cosa sia accaduto e se quella morte poteva essere evitata. L’indagine della Procura deve ricostruire le condizioni della struttura, gli interventi effettuati nell’area, i controlli eseguiti e le eventuali responsabilità. Un lavoro necessariamente tecnico, nel quale entrano accertamenti, perizie e valutazioni specialistiche. Ma proprio qui si apre uno dei nodi più delicati della vicenda: il tempo. Per una famiglia che ha perso un bambino di tre anni e mezzo, dodici mesi sono lunghi. Per un’inchiesta complessa possono essere necessari. Le due dimensioni, tuttavia, continuano a procedere su piani diversi.

E mentre la giustizia segue il proprio percorso, la domanda della famiglia resta la stessa: come è stato possibile che una struttura collocata in un parco pubblico potesse trasformarsi in una trappola mortale?

Il Parco e quel cantiere di 350 mila euro

La vicenda giudiziaria si intreccia inoltre con quella amministrativa. Due mesi dopo la morte di Francesco, il Comune intervenne sul progetto di riqualificazione del Parco urbano, dal valore di circa 350 mila euro, revocando l’affidamento dei lavori e gli incarichi al responsabile unico del procedimento e al direttore dei lavori. Nella determinazione comunale venivano contestate gravi inadempienze e irregolarità nell’esecuzione dell’intervento. È un elemento che oggi assume un peso particolare, perché riguarda proprio il contesto nel quale si è verificato l’incidente. Non significa stabilire automaticamente un collegamento tra le contestazioni amministrative e la morte del bambino: questo spetta all’inchiesta e, eventualmente, alla magistratura giudicante. Ma significa che attorno a quel cantiere e a quella riqualificazione sono emersi successivamente problemi che meritano di essere ricostruiti con precisione.

Il Parco urbano è rimasto chiuso per mesi. È stato riaperto soltanto il 3 gennaio 2026, dopo gli interventi e le verifiche necessari alla restituzione dell’area alla città.

I controlli quasi sempre arrivano dopo

A riaccendere l’attenzione sulla sicurezza dei parchi cittadini, alla vigilia dell’anniversario, è ora l’articolo pubblicato sulla Gazzetta del Sud nell’edizione del 4 settembre a firma di Maria Novella Imeneo. Il quadro che emerge non riguarda soltanto il luogo nel quale Francesco fu travolto, ma più in generale le condizioni di alcune aree verdi e attrezzature pubbliche. Vengono segnalati problemi di manutenzione, recinzioni danneggiate, aree di cantiere e situazioni potenzialmente rischiose. Tra gli esempi richiamati c’è piazza Spogliatore, dove la recinzione dell’area giochi è stata rimossa senza essere ancora sostituita, mentre a piazza Annarumma è stata eliminata l’altalena finita negli anni al centro di numerose segnalazioni per incidenti.

Il Comune ha comunque previsto un servizio di verifica, controllo e manutenzione delle attrezzature e degli arredi dei parchi giochi per il triennio 2026-2028, con controlli periodici e interventi di manutenzione. È un provvedimento che va nella direzione necessaria, ma proprio la tragedia di Francesco impone che i controlli siano effettivi e continui, non legati all’emergenza del momento.

Una morte che non può finire nelle carte

La questione, a questo punto, è duplice. Da una parte c’è l’esigenza di arrivare all’accertamento delle responsabilità con un’inchiesta rigorosa, senza scorciatoie e senza processi anticipati. Dall’altra c’è la necessità di evitare che il trascorrere del tempo trasformi una tragedia ancora da chiarire in una vicenda destinata progressivamente a scomparire dall’attenzione pubblica.

Francesco non è morto sul colpo. È stato soccorso, operato a Vibo, trasferito a Roma e curato al Bambino Gesù. La sua famiglia ha atteso per giorni una notizia diversa da quella arrivata dall’ospedale romano. Poi ci sono stati i funerali e il lutto di una città. Oggi, a un anno dall’incidente, resta necessario separare il dolore dalle responsabilità. La domanda non è soltanto chi abbia sbagliato. È anche quali controlli siano stati fatti prima di quel 5 settembre, chi dovesse farli, che cosa sia stato rilevato e perché una struttura di un parco pubblico sia potuta arrivare nelle condizioni che hanno preceduto l’incidente.

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