Il carburante è diventato un vero e proprio macigno per i bilanci di famiglie e imprese in Calabria. A lanciare l’allarme è Confartigianato, che fotografa una situazione economica estremamente complessa, stretta tra le tensioni geopolitiche internazionali — che fanno impennare i costi dell’energia e dei trasporti — e un contesto economico generale caratterizzato dal costo elevato del denaro e da margini di guadagno sempre più ridotti.
La crisi si vede e si sente ovunque, a partire dalle strade e dai porti della regione. Trattori, camion e pescherecci sono in prima linea: il costo di benzina e gasolio è ormai insostenibile. E la tensione sociale cresce. Agricoltori e autotrasportatori sono già in mobilitazione, mentre le marinerie calabresi e siciliane hanno annunciato per il 22 ottobre il blocco dello Stretto, con la partecipazione prevista di circa cento pescherecci.
La risposta della Regione e i conti che non tornano
La Regione Calabria ha provato a tamponare l’emergenza stanziando 15 milioni di euro sotto forma di contributi una tantum per le imprese. Tuttavia, analizzando i numeri, la misura appare insufficiente a risolvere il problema strutturale. Confartigianato fa notare che, se si rapportano quei 15 milioni alla platea potenziale di oltre 180 mila soggetti tra aziende e lavoratori agricoli, la cifra scende a poco più di 83 euro pro-capite. Una boccata d’ossigeno puramente teorica, i cui criteri di ripartizione dovranno comunque essere definiti dai prossimi provvedimenti attuativi.
Agricoltura in ginocchio e calo dell’occupazione
Il settore agricolo calabrese sconta fragilità storiche che il caro-energia ha ulteriormente aggravato. Tra il 2010 e il 2020, le aziende agricole nella regione sono passate da 137.790 a 95.538 (un calo del 30,7%), mentre la superficie agricola utilizzata è scesa a circa 543 mila ettari. Una contrazione che non ha però eliminato la forte frammentazione del settore. Di pari passo arretra l’occupazione: gli operai agricoli sono diminuiti da 88.015 nel 2023 a 84.994 nel 2024 (3.021 posti in meno), e nello stesso periodo le giornate lavorate sono calate di oltre 294 mila unità, scendendo a quota 8,74 milioni (con i lavoratori stranieri che rappresentano il 25,8% degli addetti).
Si paga due volte, alla pompa e a tavola
A complicare il quadro ci pensa l’inflazione. Ad agosto la Calabria registrava un tasso del 4%, il dato più alto tra le regioni italiane, ben al di sopra della media nazionale del 3,3%. A settembre, la spinta è arrivata soprattutto dai beni energetici e dai prodotti alimentari non lavorati, cresciuti del 5,5%. Il pieno più caro si ribalta inevitabilmente sui costi di trasporto e, di conseguenza, sui prezzi finali dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole.
Fiducia in calo
Il credito rappresenta un ulteriore ostacolo per gli investimenti delle imprese. Bankitalia segnala un deterioramento del clima di fiducia dei consumatori e prevede per il 2026 una dinamica dei consumi calabresi più debole rispetto al resto d’Italia, frenata proprio nel momento in cui la regione cercava di difendere una crescita che nel 2025 aveva toccato l’1,1%. La domanda cruciale, arrivati a questo punto, resta una: cosa succederà quando i 15 milioni messi sul piatto dalla Regione saranno esauriti? Perché il problema non è soltanto il costo del pieno, ma una filiera intera in cui i costi per produrre, coltivare, trasportare e vivere in Calabria si sommano, costringendo cittadini e imprese a pagare il conto due volte: prima di mettersi in viaggio e quando fanno la spesa.



