Bancarotta fraudolenta, la Cassazione accoglie il ricorso di Rocco Farfaglia: annullata la condanna e nuovo giudizio in Appello

La Suprema Corte ha disposto l’annullamento della sentenza e il rinvio alla Corte d’Appello di Catanzaro in diversa composizione. L’imprenditore era stato condannato in secondo grado a quattro anni e sei mesi di reclusione

La complessa vicenda giudiziaria che vede coinvolto l’imprenditore vibonese Rocco Farfaglia, già amministratore di un’importante impresa dichiarata fallita dal Tribunale di Vibo Valentia, registra una svolta significativa. Lo scorso 6 ottobre, la Corte di Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul ricorso presentato dai difensori dell’imprenditore, ha accolto le richieste della difesa, annullando la sentenza di condanna e disponendo un nuovo giudizio davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro, in diversa composizione.

La decisione interviene dopo le pronunce con cui il Tribunale di Vibo Valentia e successivamente la Corte d’Appello di Catanzaro avevano riconosciuto la responsabilità dell’imprenditore per il reato di bancarotta fraudolenta aggravata, contestato dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia in relazione al fallimento della società a lui riconducibile.

Dalla condanna in primo grado alla riduzione della pena in Appello

Rocco Farfaglia, rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta aggravata, era stato condannato dal Tribunale di Vibo Valentia alla pena di cinque anni e sei mesi di reclusione. Successivamente, con sentenza del 29 gennaio di quest’anno, la Corte d’Appello di Catanzaro aveva confermato il giudizio di responsabilità, accogliendo soltanto il motivo di impugnazione relativo al trattamento sanzionatorio.

La pena era stata così ridotta a quattro anni e sei mesi di reclusione. Contro questa decisione i difensori dell’imprenditore, gli avvocati Francesco Gambardella e Vincenzo Trungadi, hanno proposto ricorso in Cassazione, sollevando una serie di questioni dirette a contestare sia la ricostruzione dei fatti sia alcuni aspetti di legittimità delle precedenti pronunce.

La difesa: contestata la gestione del patrimonio societario

Nel ricorso, i legali hanno insistito innanzitutto sul punto centrale della vicenda: secondo la prospettazione difensiva, gli elementi di prova acquisiti non avrebbero consentito di ritenere che l’imprenditore avesse gestito illegittimamente il patrimonio della società. Accanto a questo profilo, il ricorso ha affrontato ulteriori questioni di natura processuale, contestando la legittimità di alcuni passaggi delle sentenze emesse nei precedenti gradi di giudizio.

Il nodo del giudice naturale e il precedente decreto di archiviazione

Una delle questioni sollevate dalla difesa ha riguardato la composizione del collegio giudicante in primo grado. Secondo gli avvocati Gambardella e Trungadi, la presenza nel collegio di un magistrato proveniente da un altro distretto non sarebbe stata legittima, con una conseguente violazione del principio del giudice naturale. Un altro punto del ricorso ha riguardato gli effetti di un decreto di archiviazione pronunciato anni prima in relazione allo stesso fatto, successivamente valorizzato nell’ambito della contestazione di bancarotta fraudolenta.

Si tratta di questioni che la difesa ha sottoposto all’esame della Suprema Corte nell’ambito di una più ampia contestazione della legittimità delle decisioni adottate nei precedenti gradi di giudizio.

La decisione della Cassazione: annullamento e rinvio

Il ricorso è stato esaminato dalla Corte di Cassazione il 6 ottobre. Nel corso dell’udienza, il Procuratore generale ha concluso chiedendo il rigetto dell’impugnazione, mentre i difensori dell’imprenditore ne hanno chiesto l’accoglimento, illustrando le ragioni poste a sostegno delle proprie contestazioni. La decisione è arrivata nella tarda serata, quando la Suprema Corte ha accolto il ricorso, annullando la sentenza di condanna e disponendo il rinvio alla Corte d’Appello di Catanzaro, in diversa composizione, per un nuovo giudizio.

La vicenda giudiziaria, dunque, proseguirà davanti a un nuovo collegio della Corte d’Appello, chiamato a pronunciarsi nuovamente sul caso dopo l’intervento della Cassazione.

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