La protesta degli autotrasportatori sta mettendo a nudo un’anomalia politica e sociale. Il confronto di Milano con il ministro Matteo Salvini non ha prodotto risposte sufficienti a fermare la mobilitazione. Eppure, dalla Calabria non si è levata una voce politica capace di incalzare il governo, pretendere impegni precisi e contribuire a una soluzione.
La politica resta alla finestra
Mentre il malcontento cresce, la politica regionale e parlamentare sembra assistere alla vicenda senza assumere un ruolo incisivo. Qualche attestato di solidarietà è arrivato, ma non basta. In Parlamento la rappresentanza calabrese non si impone, non batte i pugni sul tavolo e non esercita quella pressione che una crisi di questa portata richiederebbe. Il sospetto è che pesino anche i calcoli politici e la necessità di non disturbare chi, domani, potrebbe decidere le ricandidature. Una questione che investe l’autonomia dei rappresentanti eletti: il mandato parlamentare deve servire a difendere gli interessi del territorio, non a evitare contrasti con chi può condizionare le prospettive politiche future.
Gli industriali lanciano l’allarme
A rendere ancora più preoccupante il quadro è l’appello di Unindustria Calabria. Il presidente Aldo Ferrara segnala le difficoltà delle imprese nell’approvvigionamento delle materie prime, anche deperibili, e nella consegna dei prodotti finiti. Una doppia criticità che impedisce di acquisire nuovi ordini e incassare pagamenti, mettendo sotto pressione l’intera catena produttiva. Il Codacons, addirittura, arriva a minacciare denunce contro gli autotrasportatori.
Ferrara avverte che il protrarsi della protesta rischia di aggravare una situazione già vicina all’insostenibilità, frenando la ripresa economica regionale. Le ragioni degli autotrasportatori sono comprensibili, ma le conseguenze possono estendersi a tutto il sistema produttivo calabrese.
Il fronte dei tir si sfilaccia, ma il disagio resta
Fedralog ha confermato la prosecuzione del fermo fino al 27 ottobre. Le prime crepe nel fronte dei trasportatori non cancellano le ragioni della mobilitazione, mentre le difficoltà negli approvvigionamenti cominciano a coinvolgere anche altri settori. Il rischio è che il conflitto sociale si allarghi, con ripercussioni su imprese, commercianti e cittadini.
I sindaci non possono fare tutto da soli
In questo vuoto di iniziativa, i sindaci provano a dare voce alle preoccupazioni dei territori. Ma non possono sostituirsi alla rappresentanza regionale e parlamentare. Servono interlocutori capaci di portare le richieste al governo, ottenere risposte e chiedere impegni verificabili. Non bastano dichiarazioni di circostanza. Se si fermano i camion, si ferma una parte importante dell’economia. E se le imprese non ricevono materie prime, non consegnano merci e non incassano, il danno rischia di propagarsi rapidamente.
Resta allora una domanda: perché la solidarietà politica non si traduce in una battaglia concreta nelle sedi istituzionali? La Calabria non può permettersi che la difesa del lavoro e della produzione venga sacrificata agli equilibri interni e alle prospettive di ricandidatura. Chi rappresenta il territorio è chiamato a dimostrarlo proprio nei momenti più difficili.



