L’avvocato Giacomo Saccomanno porta la vicenda giudiziaria che lo coinvolge sul piano istituzionale e si rivolge direttamente al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nella sua qualità di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Lo fa attraverso un formale esposto con il quale chiede che venga verificato quanto sta accadendo nell’ambito dell’inchiesta sul Ponte sullo Stretto, condotta dalla Procura della Repubblica di Roma, nella quale risulta indagato.
Una presa di posizione netta, affidata a una nota nella quale Saccomanno denuncia quella che definisce una situazione ormai oltre il limite della ragionevolezza e del rispetto della dignità umana. Al centro della contestazione non c’è il diritto della magistratura a indagare, ma il modo in cui le attività investigative vengono portate all’attenzione pubblica, con ricadute che, secondo il legale, possono incidere profondamente sulla vita delle persone coinvolte.
«Indagare è una cosa, esporre al giudizio pubblico un’altra»
Saccomanno precisa di non voler sottrarsi agli accertamenti giudiziari e di non mettere in discussione il ruolo della magistratura. Rivendica, al contrario, il rispetto delle istituzioni, della legalità e del lavoro dei magistrati, valori che afferma di aver seguito nella propria vita personale e professionale. La distinzione che pone è un’altra: da una parte il dovere di accertare eventuali responsabilità, dall’altra il rischio che un’indagine ancora nella fase iniziale si trasformi, attraverso la comunicazione pubblica, in una condanna anticipata sul piano dell’opinione pubblica.
L’avvocato contesta in particolare la diffusione ripetuta di comunicati stampa relativi all’inchiesta e la loro amplificazione attraverso gli organi di informazione. Una dinamica che, a suo giudizio, può produrre conseguenze pesanti sulla reputazione, sulla serenità personale e sulla vita familiare degli indagati, prima che siano stati accertati eventuali profili di responsabilità.
Il nodo della comunicazione giudiziaria
È questo il punto sul quale Saccomanno concentra la propria denuncia. La comunicazione delle indagini, sostiene, non dovrebbe diventare uno strumento di pressione o di delegittimazione personale, né superare i limiti previsti dall’ordinamento e dalle garanzie riconosciute ai cittadini. “Chi potrà mai restituire a una persona perbene la dignità, la reputazione e la tranquillità perdute, qualora quelle ipotesi dovessero rivelarsi infondate?”, si domanda il legale, che si dice convinto dell’infondatezza delle ipotesi investigative che lo riguardano.
Una questione che investe il rapporto tra informazione giudiziaria, presunzione di innocenza e tutela della reputazione. Saccomanno non chiede che le indagini vengano fermate, ma che il loro svolgimento e la loro comunicazione rispettino le garanzie individuali, evitando che il giudizio mediatico preceda quello della giustizia.
La richiesta al Capo dello Stato
Da qui la decisione di investire formalmente il presidente della Repubblica, chiedendo un intervento istituzionale affinché gli organi competenti possano verificare quanto accaduto e assicurare il rispetto delle regole. L’esposto apre così un ulteriore fronte nella vicenda che ruota attorno all’inchiesta sul Ponte sullo Stretto. Resta ferma, sul piano giudiziario, la distinzione tra la posizione di indagato e l’accertamento di eventuali responsabilità: l’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una condanna.
La richiesta di Saccomanno si concentra proprio su questo passaggio: la necessità che il procedimento faccia il suo corso senza che l’esposizione pubblica delle persone coinvolte finisca, prima ancora di una verifica giudiziaria, per comprometterne la reputazione.



