Un vero e proprio arsenale bellico pronto all’uso per rafforzare il potere intimidatorio delle cosche. È quanto emerso dall’ultima indagine coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, che ha portato all’esecuzione di tre misure cautelari eseguite dal Comando provinciale della Guardia di Finanza, con il supporto dello Scico e della componente aerea del Corpo. Il bilancio dell’operazione, basata su un’ordinanza emessa dal gip del Tribunale reggino, vede due indagati finiti in carcere e uno agli arresti domiciliari. Le accuse, pesantissime, vanno dalla detenzione e vendita di armi da guerra e clandestine fino alla ricettazione. Per alcuni degli episodi contestati è stata applicata l’aggravante del metodo mafioso.
La tecnologia al servizio dell’accusa
L’inchiesta, condotta dal nucleo Pef/Gico delle Fiamme Gialle, ha fatto leva sullo smantellamento di complessi sistemi di comunicazione cifrata. Dall’analisi dei messaggi e delle immagini scambiate su piattaforme criptate, gli inquirenti hanno individuato la disponibilità di un ingente numero di armi da fuoco. La prova regina è arrivata dal confronto incrociato: le foto dei dispositivi digitali coincidevano con l’arsenale effettivamente sequestrato a Gioia Tauro dai Carabinieri nel gennaio 2025. A sigillare il quadro probatorio sono stati gli accertamenti tecnici del Ris di Messina, che avrebbero rinvenuto le impronte digitali degli indagati proprio sulle armi già sotto sequestro.
Il braccio armato delle cosche
Il cuore dell’indagine riguarda il ruolo di queste armi nelle dinamiche della ‘ndrangheta. Secondo l’impostazione accusatoria, la disponibilità di tale armamento non era casuale, ma finalizzata al potenziamento militare di una cosca egemone nel mandamento tirrenico. Il profilo di uno degli arrestati, indicato anche da diversi collaboratori di giustizia come soggetto pienamente inserito nel contesto criminale, ha permesso agli inquirenti di contestare l’aggravante mafiosa. L’arsenale, composto da pezzi da guerra e armi clandestine, è considerato dagli investigatori uno strumento essenziale per garantire la forza d’urto e la capacità di intimidazione della compagine criminale sul territorio.




