Lasciano dopo diciotto mesi, nel giorno più simbolico e forse più amaro. Mentre all’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia arrivano i carabinieri del Nas per nuovi accertamenti, la commissione straordinaria che ha guidato l’Asp dopo il commissariamento per presunti condizionamenti e infiltrazioni mafiose saluta il personale sanitario e incontra la stampa per tracciare un bilancio di fine mandato.
È la chiusura di una fase eccezionale per la sanità vibonese: quella aperta con lo scioglimento dei vertici aziendali, maturato anche alla luce delle precedenti inchieste della Dda di Catanzaro, e affidata per un certo periodo al prefetto Vittorio Piscitelli e, successivamente, al prefetto Gianfranco Tomao, a Gianluca Orlando e a Gandolfo Miserendino, quest’ultimo anche alla guida di Azienda Zero.
Un addio che non ha il sapore della celebrazione. Piuttosto quello di una consegna: di atti, di rilievi, di criticità ancora irrisolte e di una relazione finale destinata al prefetto Anna Aurora Colosimo, chiamata ora a valutarne il contenuto insieme agli organi competenti.
La frase che sintetizza meglio il loro passaggio è quella pronunciata da Tomao: “Abbiamo riportato l’azienda sanitaria su un binario di legalità”. Ma la stessa commissione ha lasciato intendere, senza giri di parole, che sotto la superficie restano macerie amministrative, procedimenti opachi e possibili profili penali già segnalati alla Procura della Repubblica di Vibo Valentia.
Nel frattempo, fino all’ultimo giorno, la gestione straordinaria ha continuato a firmare atti. Tra questi, la riorganizzazione delle guardie mediche, l’acquisto della risonanza magnetica e altri provvedimenti che – ha rivendicato Orlando – dimostrano come la commissione non abbia “tirato i remi in barca” neppure nelle ore finali del mandato.
Una relazione riservata e il messaggio più pesante
Il passaggio politicamente e amministrativamente più rilevante della conferenza stampa è arrivato quando Tomao ha spiegato che la commissione ha predisposto una relazione conclusiva non destinata alla diffusione pubblica, ma agli organi istituzionali e al Prefetto. Non un semplice rendiconto burocratico, ma un documento che dovrebbe racchiudere il senso reale del lavoro svolto: verifiche, accertamenti, anomalie riscontrate, atti adottati e – soprattutto – le criticità emerse nei settori più delicati della macchina aziendale.
È qui che i commissari hanno lanciato il messaggio più netto. Hanno fatto capire chiaramente che diversi concorsi e avvisi pubblici sono stati istruiti o banditi senza il pieno rispetto delle regole, costringendo la gestione straordinaria a rimettere mano a procedure già avviate o addirittura a rifarle.
Il riferimento al concorso per il direttore dell’emergenza e alle procedure collegate alla carenza di rianimatori è stato esplicito: secondo Tomao, alcuni passaggi amministrativi non erano stati curati “in maniera ottimale”, tanto da imporre correzioni, rifacimenti e nuove determinazioni. Un’ammissione che conferma il giudizio severo sulla qualità della macchina burocratica trovata al loro arrivo.
“Molti atti alla Procura”: ora tocca alla magistratura
Ancora più pesante, sul piano istituzionale, è stato il riferimento ai rapporti con la magistratura. Tomao ha dichiarato apertamente che la commissione, nel corso dei diciotto mesi, ha effettuato “tanti accertamenti e approfondimenti” che hanno portato a rilevare situazioni con possibili profili di carattere penale. Su questo fronte i commissari sono stati netti: molte segnalazioni e molti atti sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Vibo Valentia, alla quale spetta adesso il compito di fare chiarezza.
Non potevano entrare nei dettagli, per ovvie ragioni di riservatezza investigativa. Ma il messaggio è arrivato forte: il lavoro della commissione non si è limitato a rimettere in sesto l’ordinario o a correggere disfunzioni organizzative. Ha scavato dentro i procedimenti, ha verificato cause e responsabilità, ha messo nero su bianco irregolarità e le ha inoltrate a chi dovrà eventualmente accertarne rilievo penale e responsabilità individuali.
Per un’Asp già travolta da uno scioglimento per presunti condizionamenti mafiosi, è un passaggio che pesa come un macigno.
La legalità come cornice, i servizi come urgenza
La linea difensiva – ma anche politica – della commissione è stata chiara: prima ripristinare legalità e regole, poi costruire i servizi. Tomao ha insistito sul fatto che l’Asp non poteva essere considerata solo come un apparato amministrativo da bonificare, ma anche come un’azienda chiamata a garantire un diritto essenziale: la salute. Da qui il doppio binario seguito in questi mesi: accertamenti interni, regolamenti, riordino delle procedure, ma anche interventi per non fermare del tutto la macchina sanitaria.
Orlando, da questo punto di vista, ha voluto sottolineare che la commissione ha lavorato “fino all’ultimo giorno”, assumendo decisioni importanti anche nelle ore finali del mandato. Tra gli atti richiamati: la riorganizzazione delle guardie mediche, l’acquisto della risonanza magnetica e altri provvedimenti ritenuti strategici per dare un minimo di ossigeno a un territorio che continua a scontare carenze strutturali, vuoti di organico e tempi incompatibili con una sanità di prossimità degna di questo nome.
Miserendino ha invece posto l’accento sulla continuità: la gestione straordinaria, ha spiegato, “ha gettato le basi” per il futuro direttore generale o per il commissario che verrà, lasciando una struttura amministrativa e tecnica che dovrà ora essere portata avanti in modo ordinario, ma senza disperdere il lavoro fatto.
La commissione non chiede la proroga: “Il nostro compito è finito”
Tra le domande più attese c’era quella sulla mancata richiesta di proroga. Perché non restare ancora? Perché non completare i dossier aperti? La risposta di Tomao è stata lineare e, per certi versi, definitiva: la proroga si chiede quando ci sono ancora approfondimenti da completare rispetto al motivo specifico dello scioglimento. Secondo la commissione, quel lavoro è stato fatto. Gli accertamenti sono stati eseguiti, la legalità è stata ripristinata per quanto possibile, i regolamenti sono stati predisposti e le indicazioni tracciate.
Per questo, hanno sostenuto, non servivano altri sei mesi di gestione straordinaria. Serviva – e serve adesso – una gestione ordinaria forte, un manager, un direttore generale o un commissario capace di fare tesoro di quanto lasciato e di occuparsi della normalità amministrativa e sanitaria. In sostanza, la commissione dice di aver concluso la propria missione originaria. Ma allo stesso tempo consegna un’Asp ancora piena di ferite, e non tutte rimarginate.
Il nodo della comunicazione: “Non siamo riusciti a fare tutto come volevamo”
C’è poi un’ammissione che merita attenzione, perché raramente viene formulata in modo così esplicito da una gestione commissariale: la commissione riconosce di non essere riuscita a comunicare come avrebbe voluto.
Tomao ha parlato apertamente di un rapporto non sempre ottimale con gli organi di informazione e di un “blackout di comunicazione” che avrebbe impedito di far comprendere fino in fondo alla cittadinanza, ai comitati e agli stessi utenti perché alcune scelte fossero state prese e quali ostacoli si fossero trovati davanti.
Il riferimento è anche al tema più ricorrente nella sanità vibonese: “mancano i medici”. Una constatazione che, secondo i commissari, è stata spesso usata senza interrogarsi sulle cause reali: procedure ferme, bandi impostati male, passaggi amministrativi irregolari, difficoltà di reclutamento, contesto territoriale poco attrattivo e un clima spesso ostile verso chi prova a venire a lavorare a Vibo.
Da qui il tentativo di riattivare luoghi di confronto come il Comitato consultivo aziendale misto, pensato come spazio stabile tra Asp, associazioni, comitati, terzo settore e rappresentanti dell’utenza. Un canale che, nelle intenzioni dei commissari, dovrebbe sopravvivere alla loro uscita e diventare una vera cerniera tra istituzione e territorio.
Urologia fuori norma: il reparto tornerà a Vibo
Tra i passaggi più concreti e delicati c’è quello sul reparto di Urologia, definito dalla stessa commissione come una situazione “anomala” e “non coerente con la norma”. Il messaggio è stato chiarissimo: il reparto era fuori da ogni regola e andava rifondato. Per questo è stata già predisposta una nuova organizzazione, con otto posti letto pronti, spazi allestiti, collaudi effettuati e una ricollocazione interna che dovrebbe riportare l’Urologia a Vibo, nello spoke dello Jazzolino.
Secondo quanto spiegato, l’ortopedia è stata spostata e riorganizzata, ripristinando una sistemazione post-Covid, mentre sul fronte clinico è già stato avviato il percorso per la direzione di struttura complessa. Il nodo resta quello del personale medico, in particolare degli urologi, che l’Asp non ha in organico in numero sufficiente.
Su questo fronte, grazie anche all’intervento di Azienda Zero, si starebbe lavorando al reclutamento di professionisti esterni di alto profilo per far ripartire il reparto, partendo dagli interventi oncologici e ad alta complessità. La commissione ha ricordato che la specialistica ambulatoriale è rimasta a Tropea, ma il disegno complessivo è quello di restituire allo spoke di Vibo un reparto strutturato, stabile e finalmente conforme alle regole.
Il caso del primario “perso” e l’accusa al territorio
Uno dei momenti più significativi della conferenza è arrivato quando Orlando ha affrontato, anche con toni risentiti, il caso del primario di Urologia che sembrava ormai destinato a Vibo e che invece si è sfilato all’ultimo momento. Il ragionamento del commissario è stato quasi una provocazione rivolta all’intera comunità vibonese: “Io non mi sento di averlo perso come commissione. Mi chiederei chi l’ha perso davvero: il territorio”.
Parole che aprono una questione più ampia. Perché non basta bandire un concorso o trovare un professionista se poi, nel giro di un fine settimana, quell’accordo salta. Orlando ha lasciato intendere che il clima, le pressioni, le reazioni negative o comunque il contesto locale possano aver inciso sulla scelta del medico di rinunciare. È un’accusa pesante, perché ribalta il paradigma consueto: non sarebbe stata soltanto l’Asp a fallire, ma anche un territorio incapace di proteggere e valorizzare chi accetta di venire a lavorare in un contesto difficile.
L’immagine finale: Nas in ospedale e una sanità ancora sotto esame
La fotografia che resta è quella di una giornata simbolica e paradossale. Da una parte, la commissione straordinaria rivendica di aver rimesso l’Asp “sul binario della legalità”, di aver corretto procedure, predisposto regolamenti, trasmesso atti alla Procura, riorganizzato servizi e lasciato una base amministrativa più solida.
Dall’altra, proprio nel giorno dell’uscita di scena, allo Jazzolino arrivano i Nas. E questo dettaglio, da solo, racconta meglio di qualsiasi dichiarazione che la sanità vibonese resta sotto osservazione, ancora fragile, ancora attraversata da nodi irrisolti, ancora segnata da un’eredità pesantissima. I commissari se ne vanno sostenendo di avere la coscienza a posto. Lasciano una relazione riservata, una serie di atti consegnati alla magistratura, la denuncia di concorsi e avvisi non sempre in linea con le regole, la promessa di un’Urologia da rifondare e la convinzione di avere fatto ciò che era nelle loro possibilità.
Ma il vero banco di prova comincia adesso. Perché finita la stagione dell’emergenza e del commissariamento, Vibo non potrà più accontentarsi della sola bonifica amministrativa. Servirà una guida ordinaria capace di trasformare gli accertamenti in governo, la legalità in efficienza e i dossier in servizi reali. Altrimenti, il rischio è che i diciotto mesi della commissione restino soltanto una parentesi dentro una crisi che continua.


