La speranza è negli occhi di quei pochi bambini che nascono e crescono in un Mezzogiorno che scivola sempre più ai margini dell’Europa. Una terra che, a Sud di Eboli, non ha mai completato davvero il suo sviluppo e continua a pagare il prezzo più alto: la fuga delle migliori energie. I giovani, come i contadini di un tempo, lasciano i campi spogli e cercano altrove ciò che qui sembra irraggiungibile.
Territorio sempre più povero
Territorio sempre più povero
Disoccupazione strutturale, servizi pubblici in ritirata, un tessuto sociale indebolito e la pressione costante della ’ndrangheta costruiscono una realtà che rende quasi impossibile progettare una vita stabile. La “questione meridionale” resta uno slogan, mentre mancano investimenti, infrastrutture e politiche capaci di ridurre il divario con il resto del Paese. In questo contesto, avere un figlio non è una scelta privata ma una scommessa collettiva: senza lavoro, sanità di prossimità e scuole efficienti, il futuro viene rimandato all’infinito.
Parlano solo i numeri
La Calabria si svuota anno dopo anno. I dati Istat sulla natalità certificano un declino che non è più episodico ma strutturale. A ogni culla vuota corrisponde una famiglia che non parte o che ha già fatto le valigie. La crisi dei punti nascita è l’indicatore più evidente di questa ritirata demografica. Meno bambini significa meno servizi, meno comunità, meno territorio vivo. E così lo spopolamento smette di essere un rischio e diventa una traiettoria.


