Calabria: la fuga dei giovani svuota il futuro, mentre la narrazione della crescita si scontra con i numeri

I dati sulle migrazioni fotografano una regione che perde residenti, competenze e prospettive: tra città che arretrano e giovani costretti a cercare lavoro altrove

La Calabria continua ad arretrare sulla mappa del futuro. Non è una sensazione, non è pessimismo e non è nemmeno una fotografia costruita sulla percezione di chi vive ogni giorno nei piccoli centri. È ciò che raccontano i numeri. E i numeri, quando riguardano persone che partono, comuni che si svuotano e competenze che emigrano, non lasciano molto spazio alla propaganda.

Il fenomeno più grave riguarda i giovani. Partono diplomati, laureati, professionisti, ragazzi formati nelle nostre scuole e nelle nostre università. Partono perché il lavoro resta fragile, i salari insufficienti e le opportunità troppo poche. E quando una regione perde soprattutto la sua popolazione più giovane e qualificata, non perde soltanto residenti: perde pezzi del proprio futuro.

La fuga che i numeri non possono nascondere

Le statistiche sulle migrazioni pubblicate dall’Istat confermano una tendenza ormai strutturale. Dietro gli iscritti e i cancellati dalle anagrafi c’è una Calabria che continua a perdere popolazione verso altre aree del Paese e, soprattutto, una regione dalla quale una parte consistente dei giovani sceglie di andare via. È la ferita più profonda dell’emigrazione contemporanea. Non più soltanto la partenza per necessità, ma la fuga delle competenze. Chi ha studiato, acquisito una professionalità e costruito aspettative cerca altrove ciò che qui non trova: un lavoro stabile, una carriera, un reddito adeguato, la possibilità di progettare una famiglia e una vita.

Quattro capoluoghi calabresi nella lista dei territori che arretrano

A confermare il quadro è anche l’analisi pubblicata da Il Sole 24 Ore sui dati Istat relativi al triennio 2023-2025. I 106 capoluoghi italiani hanno complessivamente perso 97 mila residenti a vantaggio degli altri comuni della provincia, con un movimento verso le cinture urbane e i centri minori.

Sono 53 i capoluoghi con saldo interno negativo. In 38 casi l’arrivo di cittadini dall’estero riesce a compensare le partenze verso altri comuni. In 15, invece, il saldo rimane negativo anche considerando l’immigrazione internazionale. E in questo gruppo ci sono Catanzaro, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia.

Crotone e Reggio Calabria tra i dati peggiori

Il dato diventa ancora più pesante quando viene rapportato alla popolazione. Crotone registra un saldo migratorio interno di -16,6 per mille abitanti, Reggio Calabria di -16,5 per mille. Numeri che collocano le due città calabresi tra quelle con le perdite più significative.Non è soltanto una questione demografica. Ogni partenza produce conseguenze economiche, sociali e produttive. Una città che perde giovani perde consumi, famiglie, professionalità, iniziative imprenditoriali e, nel tempo, anche servizi. Il rischio è quello di entrare in un circuito nel quale meno popolazione significa meno opportunità e meno opportunità significa nuove partenze.

La crescita raccontata e quella vissuta

Ed è qui che arriva l’amara contraddizione. Da una parte c’è una narrazione di una Calabria in crescita, fatta di numeri, annunci, inaugurazioni e prospettive. Dall’altra c’è una realtà che continua a vedere partire i giovani. Certo, d’estate arrivano turisti, le coste si riempiono, i ristoranti lavorano e il mare tra azzurro, alghe e schiuma dall’alto o dalle barche restituisce (in ogni caso) alla Calabria un’immagine bellissima. Ma quella non è l’economia di tutto l’anno. Dopo le vacanze e le gite in mare, il sipario si rialza sulla realtà quotidiana: il lavoro e le opportunità continuano troppo spesso a essere altrove.

Strutture senza persone, territori senza futuro

Il problema non si risolve costruendo strutture se poi non si creano le condizioni perché vengano utilizzate, né moltiplicando posizioni e incarichi senza produrre un tessuto economico capace di trattenere le persone. Una regione non può essere considerata in crescita se i suoi giovani devono necessariamente andarsene per trovare un’occupazione dignitosa. E non può consolarsi con qualche investimento o con qualche grande annuncio mentre interi territori continuano a perdere popolazione.

Il danno, dunque, rischia di trasformarsi in beffa: la Calabria non subisce soltanto la fuga dei giovani, ma anche la mortificazione di una narrazione che rischia di raccontare una realtà diversa da quella vissuta ogni giorno. La realtà è nei dati. E quei dati chiedono una cosa semplice: meno racconti celebrativi e più lavoro, più imprese, più opportunità. Perché una Calabria capace di trattenere i propri giovani sarebbe la vera misura della crescita.

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