Tornare in Calabria per Natale è ormai un’impresa proibitiva. I calabresi partiti per studio, lavoro o salute lo sanno bene: appena si avvicina dicembre, i prezzi lievitano fino a diventare una barriera economica insormontabile. Questa volta, però, siamo oltre il solito salasso: siamo alla rapina a mano armata. Gli esempi parlano da soli. Per le date più richieste – partenza intorno al 24 dicembre e ritorno a inizio gennaio – le tariffe verso la Calabria e la Sicilia sono schizzate a livelli irreali. Basta guardare cosa accade sulle rotte che servono il Sud.
Troppo caro volare
Troppo caro volare
Per volare da Torino a Palermo servono almeno 505 euro, da Pisa a Catania 492, da Torino a Catania 422, da Milano a Palermo 411, da Verona allo stesso scalo ancora 411, da Milano a Catania 406. E questi sono i prezzi minimi. Perché, in base all’orario e alla compagnia, si arriva a cifre vergognose: il volo Milano Linate–Catania raggiunge quota 841 euro. Sì, 841 euro per un rientro a casa. Non per andare dall’altra parte del mondo: per tornare a trovare la propria famiglia. E non finisce qui: confrontando i prezzi con quelli di gennaio, gli aumenti toccano percentuali che sfiorano l’assurdo. Il Codacons parla di +900% sulla Milano–Palermo, +790% sulla Milano-Catania, +758% sulla Roma-Catania, +616% sulla Roma-Palermo. A parità di servizio, lo stesso identico volo passa da 17 euro a 170, da 20 a 178. Un’impennata che non ha alcuna giustificazione logica se non la volontà di spremere chi, per necessità o affetto, ha bisogno di tornare al Sud.
Strangolamento economico
Il risultato è chiaro: rientrare in Calabria diventa un lusso. E un lusso non dovrebbe essere mai legato al diritto di rivedere la propria famiglia. Ma qualcuno, evidentemente, ritiene che i calabresi possano essere trattati così: come utenti di serie B, come consumatori sacrificabili, come persone su cui speculare in occasione di ogni festività. E la Regione? Tutta presa dalle sue favole. Mentre il caro biglietti distrugge intere comunità, la politica regionale sembra preoccuparsi d’altro: Sandokan, il Capodanno Rai, le grandi narrazioni mediatiche, la costruzione dell’ennesimo cerchio magico. Si parla di efficienza, di nuovi assetti, di governance, ma raramente – quasi mai – si sente una voce davvero forte contro questa vergogna nazionale. La Calabria continua a pagare, mentre chi la governa si concentra sulle luci e non sulle persone.
Treni e auto: nessuna via di fuga
Chi pensa di ripiegare sul treno, trova un’altra sorpresa: biglietti AV che arrivano a 199 euro da Torino a Reggio Calabria, 185 da Milano, 167 da Genova, 183 per la Torino-Lecce. Anche su rotaia, il Sud resta un viaggio insopportabile. E per chi tenta la strada dell’auto? C’è l’ultimo regalo dell’anno: carburanti in rialzo, benzina e diesel che aumentano proprio nelle settimane cruciali. Come dire: qualunque strada tu scelga, paghi caro.
Il dramma di chi non può scegliere
C’è chi viaggia per piacere e chi, invece, lo deve fare per forza: studenti che vivono lontani e tornano poche volte l’anno; insegnanti spediti al Nord da un sistema scolastico che non li quota mai abbastanza; operai che non hanno alternative lavorative nella loro terra; persone che devono curarsi a centinaia di chilometri perché la sanità calabrese non offre quello che serve. Per loro, affrontare tariffe da 400, 600, 800 euro significa scegliere tra famiglia e sopravvivenza. Un ricatto emotivo che nessuno ha il coraggio di denunciare con la forza necessaria.
Una Calabria sempre più lontana
Il caro biglietti non è un problema stagionale: è un meccanismo che, anno dopo anno, allontana i calabresi dalla loro terra. Se tornare diventa impossibile, la Calabria si svuota. E una regione vuota è una regione più facile da controllare, da gestire, da dominare. Forse è solo coincidenza. O forse no. La certezza è una: la Calabria muore un biglietto alla volta.


