Chef Paolo Cappuccio: non assumo gay e comunisti. Bufera social e valanga di insulti

L'ondata di critiche si è presto trasformata in recensioni negative
cappuccio

La polemica che travolge Paolo Cappuccio, celebre chef stellato, non si placa. Dopo il post pubblicato sul suo profilo Facebook per reclutare personale in Val di Fassa, l’ondata di critiche online si è trasformata in una valanga di recensioni negative sulla sua pagina. Decine di utenti, da ieri, hanno lasciato commenti durissimi accusandolo di discriminazione, razzismo e omofobia. Il messaggio, ora rimosso, escludeva candidati “comunisti”, “fancazzisti” e persone “con problemi di orientamento sessuale”.

Nella lunga serie di recensioni, c’è chi parla di “totale assenza di professionalità ed educazione”, chi lo definisce “piccolo uomo dalle grandi frustrazioni” e chi sottolinea come selezionare il personale sulla base di orientamento sessuale e convinzioni politiche sia “una violazione della legge contro le discriminazioni”.

Tra i commenti anche accuse pesantissime: “Topo di fogna nazista”, scrive un utente, mentre un altro denuncia la presenza di un tatuaggio di svastica. Un coro di critiche che non si limita al contenuto del post ma si allarga al suo modo di gestire la brigata: “Aggressivo verso il personale, inadatto a lavorare in gruppo”, scrive un utente. “Omofobia, razzismo, discriminazione. Da segnalare a Michelin Italia”, aggiunge un altro.

La replica di Cappuccio

Cappuccio, nato a Napoli nel 1977 e noto per i suoi incarichi nei ristoranti di lusso tra Alto Adige e Veneto, ha cercato di chiarire: “Era uno sfogo dopo l’ennesima esperienza negativa. Ho diritto a scegliere chi lavora con me”. Ha spiegato che le sue parole non erano un attacco diretto alla comunità LGBT: “Ho amici gay, il problema è l’ostentazione che crea problemi in cucina”.

Non è però la prima volta che lo chef finisce al centro di polemiche simili. Già nel 2020 aveva pubblicato un annuncio in cui escludeva “alcolizzati, drogati e vagabondi senza fissa dimora” dalla selezione di personale per un hotel a Caorle, provocando indignazione. Anche allora il messaggio venne segnalato come lesivo della dignità dei lavoratori. (Dire – www.dire.it)

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