Città spugna: più verde, meno caldo e nuovi modelli per rigenerare le città

Dalle isole di calore alla regola 3-30-300, dal depaving alla città dei 15 minuti: nuovi modelli di pianificazione puntano su verde, suoli permeabili e rinaturazione per rendere le città più fresche, resilienti e vivibili.

Neutralità climatica, adattamento ai cambiamenti climatici e reinfrastrutturazione energetica sono ormai temi centrali nella trasformazione delle città. Ma rendere un centro urbano più sostenibile non significa soltanto consumare meno energia o produrla da fonti rinnovabili. Significa anche ripensare il rapporto tra edifici, strade, verde, acqua e mobilità.

È in questo contesto che si inserisce il concetto di “città spugna”: una città capace di assorbire l’acqua piovana, ridurre l’impermeabilizzazione dei suoli, aumentare la presenza di vegetazione e contrastare uno dei fenomeni più evidenti dell’urbanizzazione contemporanea, quello delle isole di calore.

Isole di calore: quando la città diventa più calda

L’isola di calore urbana è il fenomeno per cui le aree densamente urbanizzate possono raggiungere temperature sensibilmente superiori rispetto alle zone rurali circostanti. L’intensità varia in funzione delle caratteristiche della città, della stagione e delle condizioni meteorologiche e, in determinati contesti, la differenza può arrivare anche nell’ordine dei 4-5 °C.

Le cause sono molteplici. Edifici, asfalto e altre superfici artificiali sostituiscono progressivamente vegetazione e terreno naturale, assorbono energia durante il giorno e la rilasciano successivamente sotto forma di calore. Alla riduzione del verde si aggiungono la geometria degli edifici, la scarsa ventilazione di alcune aree e il calore prodotto dalle attività umane.

La risposta non può quindi limitarsi al singolo edificio, ma deve entrare nella pianificazione urbana.

Occorre aumentare le superfici permeabili, favorire la ventilazione naturale, creare spazi verdi e alberati e progettare attentamente l’orientamento degli edifici e l’ombreggiamento degli spazi pubblici.

Un principio, quest’ultimo, tutt’altro che nuovo. In passato l’urbanistica prestava particolare attenzione anche alla possibilità di realizzare percorsi pedonali ombreggiati capaci di collegare le diverse parti della città. Oggi questo tema ritorna sotto una nuova luce, legato all’adattamento climatico e alla necessità di rendere nuovamente percorribili e vivibili gli spazi urbani anche durante i mesi più caldi.

Quanto può raffreddare il verde urbano?

Un’indicazione particolarmente interessante arriva da uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Environmental Management, dedicato all’effetto degli orti urbani nelle aree funzionali urbane europee.

La ricerca ha incrociato i dati satellitari sulla temperatura superficiale con la distribuzione degli orti urbani e ha quantificato un beneficio che fino ad oggi era molto più difficile da misurare.

Secondo lo studio, circa 4,1 milioni di persone in Europa vivono già in aree che beneficiano dell’effetto di raffrescamento prodotto dagli orti urbani.

L’area influenzata dal raffrescamento risulta mediamente pari a 2,8 volte la superficie dell’orto, con un effetto che può propagarsi per circa 107 metri e una riduzione media della temperatura superficiale stimata in 2,84 °C.

La ricerca rileva inoltre che gli orti inseriti all’interno del tessuto urbano presentano un’efficienza di raffreddamento — intesa come rapporto tra superficie interessata dall’effetto e superficie dell’orto — superiore di circa il 23% rispetto alle aree agricole periurbane.

Non si tratta quindi soltanto di una questione estetica. Parchi, alberature, giardini e orti possono diventare vere e proprie infrastrutture climatiche urbane.

La città dei 15 minuti

Alla trasformazione ambientale si affianca quella della mobilità.

Uno dei modelli che negli ultimi anni ha assunto maggiore rilevanza nel dibattito urbanistico internazionale è quello della “città dei 15 minuti”: organizzare la città in modo che una parte significativa delle necessità quotidiane — scuola, negozi, servizi, verde, attività e, quando possibile, lavoro — possa essere raggiunta in circa un quarto d’ora a piedi o in bicicletta.

Non si tratta di una norma europea obbligatoria, ma di un modello di pianificazione coerente con molti degli obiettivi europei relativi alla mobilità sostenibile e alla neutralità climatica.

La prospettiva è quella di una città maggiormente policentrica, nella quale prossimità dei servizi, mobilità pedonale e ciclabile, trasporto pubblico e micromobilità riducano la necessità di utilizzare l’automobile per ogni spostamento.

La qualità urbana, in questo modo, non viene misurata soltanto attraverso la quantità di infrastrutture disponibili, ma anche attraverso il tempo necessario per raggiungerle.

Riforestazione urbana: la regola 3-30-300

Come tradurre la necessità di avere più verde in un principio facilmente comprensibile?

Una delle proposte più note è la regola 3-30-300, associata al ricercatore Cecil Konijnendijk.

Il principio propone tre obiettivi semplici:

3 alberi ben sviluppati visibili da ogni abitazione, scuola o luogo di lavoro;

30% di copertura arborea in ogni quartiere;

300 metri come distanza massima indicativa dallo spazio verde pubblico più vicino.

Non si tratta di una norma vincolante, ma di una linea guida che prova a trasformare il concetto generico di “più verde” in parametri facilmente misurabili.

Il verde urbano, del resto, non deve essere considerato soltanto come elemento decorativo. Ombra, evapotraspirazione, biodiversità, qualità dell’aria, gestione delle acque e benessere delle persone fanno degli alberi una vera componente infrastrutturale della città.

Depaving: togliere asfalto per restituire terreno alla città

Se per decenni urbanizzare ha significato anche pavimentare, una delle strategie contemporanee percorre la strada opposta.

Il depaving, o de-impermeabilizzazione, consiste nella rimozione di superfici impermeabili non più necessarie e nel recupero della capacità naturale del terreno di assorbire l’acqua.

Restituire permeabilità ai suoli urbani è una delle azioni che possono contribuire contemporaneamente alla gestione delle precipitazioni intense e alla riduzione delle temperature.

L’acqua, invece di essere immediatamente convogliata nella rete fognaria, può infiltrarsi nel terreno, essere temporaneamente trattenuta e alimentare la vegetazione.

È proprio qui che la metafora della città spugna diventa concreta: una città che non respinge immediatamente l’acqua, ma prova ad assorbirla, conservarla e riutilizzarla attraverso superfici permeabili, aree verdi, sistemi di drenaggio sostenibile, alberature e infrastrutture verdi e blu.

Il Piano del Verde come parte della rigenerazione urbana

In questa prospettiva il Piano del Verde può diventare uno degli strumenti strategici della rigenerazione urbana.

Non dovrebbe limitarsi a censire parchi e alberature esistenti, ma contribuire alla definizione di una vera infrastruttura verde della città: individuare le aree più vulnerabili alle isole di calore, collegare gli spazi verdi, programmare nuove alberature, aumentare la permeabilità dei suoli e integrare la gestione dell’acqua con la pianificazione urbanistica.

Anche a livello europeo questa impostazione trova spazio negli Urban Nature Plans, attraverso i quali le città sono incoraggiate a programmare in maniera organica parchi, foreste urbane, giardini, agricoltura urbana, tetti e pareti verdi e altre soluzioni basate sulla natura.

A rafforzare questa direzione è intervenuto anche il Regolamento europeo sul ripristino della natura, che introduce specifici obiettivi per gli ecosistemi urbani e punta a contrastare la perdita di spazi verdi e copertura arborea.

Dai piani regolatori ai piani “performativi”

La trasformazione climatica pone però anche un problema più generale: come misurare l’efficacia della pianificazione urbana?

Nel dibattito contemporaneo si fa strada l’idea di affiancare alla pianificazione tradizionale strumenti maggiormente orientati alle prestazioni della città.

Non soltanto stabilire dove si possa costruire, quindi, ma definire anche quali risultati debba produrre una trasformazione urbana: quanta superficie permeabile recuperare, quanta ombra garantire, quanto verde rendere accessibile, quanto ridurre le temperature, le emissioni o il rischio idraulico.

È la logica dei cosiddetti piani performativi, nei quali agli strumenti urbanistici vengono associati indicatori misurabili di qualità urbana, ambientale e sociale.

Il ruolo del Masterplan

In questo scenario anche il Masterplan può assumere un ruolo importante come strumento di coordinamento delle trasformazioni urbane.

Più che sostituire automaticamente gli strumenti urbanistici tradizionali, può funzionare come quadro strategico capace di mettere in relazione mobilità, verde, energia, spazi pubblici, servizi e rigenerazione delle aree degradate.

In alcune impostazioni disciplinari viene infatti proposto come strumento intermedio tra la pianificazione generale e quella attuativa: sufficientemente flessibile per costruire una visione complessiva della città e, allo stesso tempo, abbastanza concreto da indirizzare i singoli interventi.

Rinaturare la città

Tutti questi elementi convergono infine verso un principio comune: la rinaturazione urbana.

Rinaturare non significa semplicemente piantare qualche albero. Significa recuperare aree dismesse, ricostruire continuità ecologiche, creare nuovi parchi e giardini, aumentare la biodiversità, gestire in maniera sostenibile l’acqua e riportare elementi naturali anche all’interno delle parti più densamente costruite della città.

La sfida climatica sta così modificando anche il significato stesso di infrastruttura urbana.

Una strada alberata, un terreno permeabile, un orto urbano, un parco raggiungibile a piedi o un sistema capace di raccogliere l’acqua piovana non rappresentano più soltanto elementi di arredo o di qualità estetica.

Diventano strumenti attraverso i quali raffreddare la città, gestire meglio l’acqua, migliorare la qualità della vita e aumentare la resilienza agli effetti del cambiamento climatico.

È questo, in definitiva, il principio alla base della città spugna: non combattere la natura attraverso una continua impermeabilizzazione dello spazio urbano, ma riportarne i meccanismi all’interno della città e utilizzarli come parte integrante della sua infrastruttura.

Domenico Santoro
© Riproduzione riservata
Ultim'ora

Ti potrebbe interessare...

L’Assessorato all’Ambiente avvia una campagna di controllo e sensibilizzazione sul corretto conferimento dei rifiuti. L’obiettivo è individuare i conferimenti non conformi e fornire ai cittadini indicazioni per migliorare la qualità della differenziata
Dopo l’incontro con l’assessore Montuoro alla Cittadella regionale, Fedralog convoca per domani l’assemblea che ufficializzerà lo sciopero. Ottenuta la consulta come tavolo tecnico, ma per la categoria non basta. L’avvertimento: ci scusiamo con chi non troverà latte e pasta sugli scaffali
Giovedì 8 ottobre alle 17:30, in diretta streaming su noidicalabria.it, Facebook e YouTube, il talk condotto da Nicola Lopreiato. Ospiti i sindaci di Tropea e Pizzo, un amministratore di Briatico e una rappresentante del settore turistico

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Vibo Valentia n.1 del Registro Stampa del 7/02/2019. Direttore Responsabile: Nicola Lopreiato
Noi di Calabria S.r.L. | P.Iva 03674010792