Controlli sul litorale vibonese, parla il colonnello Parillo: le cosche sono già nel turismo, i lidi possono diventare strumenti di riciclaggio

Da Pizzo a Nicotera oltre venti operazioni in poche settimane. Il comandante provinciale dei Carabinieri spiega strategie, rischi e obiettivi dell'attività di prevenzione e contrasto

La stagione balneare entra nel vivo, ma lungo il litorale vibonese cresce anche il livello di attenzione dello Stato. Dopo una serie di mirati Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica presieduti dal prefetto Anna Aurora Colosimo, è scattato un massiccio piano di controlli che sta interessando stabilimenti balneari, strutture ricettive e attività turistiche da Pizzo a Nicotera. Un’azione coordinata che vede impegnate tutte le forze di polizia, con i Carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia in prima linea nel contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata, all’abusivismo, al lavoro irregolare e a ogni forma di illegalità capace di alterare il mercato e penalizzare gli operatori onesti. In questa intervista a NoidiCalabria, il comandante provinciale dell’Arma, il colonnello Antonio Parillo, spiega perché il turismo è oggi uno dei settori più esposti agli interessi delle cosche e quali sono i fenomeni finiti sotto la lente degli investigatori.

Colonnello, è la sua prima stagione balneare alla guida del Comando provinciale di Vibo Valentia. Abbiamo notato un’intensificazione dei controlli lungo tutta la costa. Perché questa scelta?

“Il settore del turismo e tutto l’ambito balneare costituiscono un crocevia di interessi molto diversi tra loro, capaci di incidere su beni fondamentali come ambiente, lavoro, salute pubblica ed economia legale. È un dato ormai accertato anche sul piano giudiziario che le organizzazioni mafiose hanno interessi nel settore dei lidi e del turismo. Dobbiamo quindi essere particolarmente incisivi. Il mafioso che non riesce a inserirsi nei grandi flussi finanziari continua a vivere di ciò che offre il territorio, e questo territorio offre turismo, agricoltura, legname e contributi pubblici. È lì che dobbiamo intervenire”.

Il turismo rappresenta oggi uno degli obiettivi principali delle cosche?

“Lo è sicuramente”.

Lidi e strutture ricettive possono diventare strumenti per riciclare denaro?

“Molti lo sono già. Ne siamo convinti noi come Arma dei Carabinieri, ma anche tutte le altre forze di polizia che operano in provincia. Molti dei controlli che stiamo svolgendo sono infatti disposti dalla Prefettura. Ai miei militari ricordo sempre che esiste non solo il mafioso che opera per conto della mafia, ma anche chi utilizza metodi mafiosi. Penso agli acqua-scooter che intimidiscono i bagnanti, ai gommoni che disturbano gli operatori turistici o a soggetti che vengono riconosciuti come appartenenti alla criminalità organizzata. Senza controlli non restituiremo mai una parte importante dell’economia legale agli imprenditori onesti. Il mafioso spesso non emette scontrini e il denaro incassato può essere reinvestito oppure utilizzato per finanziare altre attività criminali”.

Ci sono segnali concreti di infiltrazione criminale nel comparto balneare?

“Assolutamente sì. Pensiamo all’imposizione dei fornitori, ai servizi di guardiania, agli ombrelloni e alle attrezzature lasciate di notte sulle spiagge senza che nessuno osi toccarle. Anche questi sono elementi che, dal mio punto di vista, meritano grande attenzione”.

Quanti controlli avete già effettuato dall’inizio della stagione estiva?

“Non meno di venti. E voglio precisare che hanno riguardato l’intero litorale vibonese, da Pizzo fino a Nicotera”.

Il fenomeno delle intestazioni fittizie e dei prestanome è ancora presente?

“Assolutamente sì ed è uno degli aspetti sui quali concentriamo la nostra attenzione. I controlli servono proprio a verificare se la situazione reale delle attività coincide con quella risultante dai documenti. Solo mettendo insieme questi due elementi possiamo avere un quadro completo”.

Dopo le grandi operazioni antimafia coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro le cosche hanno cambiato strategia per entrare nell’economia legale?

“No. Le cosche hanno soprattutto bisogno di liquidità. Gli avvocati devono essere pagati e, come è noto, il gratuito patrocinio non si applica alla criminalità organizzata. Quando forniamo elementi per il mantenimento del regime del 41-bis analizziamo anche la capacità economica delle famiglie dei detenuti. Molti nuclei hanno redditi formalmente pari a zero eppure riescono a sostenere viaggi, alberghi e tutte le spese necessarie per raggiungere i propri familiari detenuti e finanziare le attività difensive. È evidente che quei soldi provengono dai proventi delle attività delittuose”.

Quali sono gli elementi che fanno scattare l’attenzione investigativa su un’attività turistica?

“Il nostro lavoro di osservazione comincia ben prima dell’estate. A luglio interveniamo, ma spesso monitoriamo le situazioni già da giugno. Esistono poi indicatori di anomalia, come ad esempio il mancato rilascio delle concessioni nei tempi previsti. Se troviamo attività operative in assenza dei necessari titoli autorizzativi, andiamo a verificare chi le gestisce e quali interessi vi siano dietro”.

Quanto è concreto oggi il rischio di condizionamento criminale sulle imprese del turismo?

“È assolutamente attuale ed è molto forte. Penso ai servizi di guardiania, alle forniture e perfino alle assunzioni imposte. Il comparto balneare vive una stagione molto breve e tutti cercano di trarne il massimo profitto. È naturale che anche la criminalità organizzata tenti di salire su quel carro”.

Qual è il messaggio che vuole rivolgere agli imprenditori onesti?

“Tutto quello che stiamo facendo ha un unico obiettivo: restituire sempre più spazi di economia legale a chi vuole lavorare onestamente e nel rispetto delle regole, senza guardare in faccia nessuno. Un esempio e chiudo: a Briatico abbiamo sanzionato anche un amministratore giudiziario nominato per portare avanti una struttura turistica sottratta alla criminalità”.

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