Un’operazione estesa su più province, da Vibo Valentia fino a Torino, Sassari, Teramo, Terni e Viterbo, ha portato all’esecuzione di 15 misure cautelari in carcere. Tra gli indagati, cinque già detenuti, tutti gravemente indiziati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, estorsione aggravata e detenzione di armi. Il provvedimento, emesso dal gip di Catanzaro su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, è stato eseguito dai carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria” e dell’8° Nucleo Elicotteri. Tra gli indagati nell’inchiesta figurano, a vario titolo, Francesco Alessandria, Salvatore Callea, Enza Ciconte, Nicola Ciconte, Bruno Lazzaro, Cristian Loielo, Rinaldo Loielo (cl. 1995), Rinaldo Loielo (cl. 1991), Valerio Loielo, Giovanni Nesci, Giovanni Alessandro Nesci, Filippo Pagano, Marianna Raimondo
La ricostruzione della faida nelle Preserre
L’inchiesta ricostruisce la stagione di sangue tra le ‘ndrine Loielo ed Emanuele, entrambe riconducibili alla locale dell’Ariola, nel territorio delle Preserre vibonesi. Secondo gli investigatori, dopo gli omicidi del 2002 ai danni dei fratelli Loielo, la cosca Emanuele avrebbe mantenuto l’egemonia fino alla nuova escalation del 2012. Nel quadro ricostruttivo rientrano l’omicidio di Antonino Zupo (22 settembre 2012) e il tentato omicidio di Domenico Tassone, avvenuto il 25 ottobre 2012. In quell’agguato, secondo la gravità indiziaria raccolta dagli inquirenti, rimase ucciso per errore Filippo Ceravolo, 19 anni, completamente estraneo ai contesti criminali.
Estorsioni e controllo del territorio
Le indagini delineano anche il tentativo della cosca Loielo di riacquisire il controllo criminale delle Preserre vibonesi. Un’area considerata strategica, dove si sarebbero intrecciati interessi economici, intimidazioni e gestione del territorio. In questo contesto, gli investigatori ricostruiscono anche episodi estorsivi ai danni di imprenditori locali e imprese edili impegnate in lavori pubblici. In un caso, una vittima sarebbe stata costretta a pagare 20.000 euro oltre a ulteriori somme periodiche.
Armi e struttura criminale
Nel corso delle attività investigative sono stati sequestrati cinque pistole e sette fucili, tra cui un Kalashnikov AK-47. Elementi che, secondo gli inquirenti, confermerebbero la disponibilità di un arsenale diffuso all’interno delle consorterie coinvolte. Contestualmente alle misure cautelari, sono state eseguite perquisizioni nei confronti di ulteriori soggetti ritenuti vicini alle strutture di ‘ndrangheta oggetto dell’indagine. Il procedimento si trova ancora nella fase delle indagini preliminari. Le ipotesi accusatorie dovranno ora essere verificate nel contraddittorio con la difesa, davanti all’autorità giudiziaria competente.


