Fare impresa in Calabria non è soltanto una sfida economica: è una battaglia culturale, sociale e, spesso, anche personale. A ricordarcelo con forza è Deborah Valente, imprenditrice turistica e fondatrice del gruppo Valentour, intervenuta al Premio NoiDiCalabria.it, dove ha ricevuto il prestigioso riconoscimento e raccontato la sua esperienza ventennale di ritorno e radicamento nella sua terra d’origine. Un racconto che va oltre l’entusiasmo per il turismo calabrese, toccando temi scomodi: la criminalità, l’assenza di infrastrutture, il sospetto istituzionale, il pregiudizio verso le donne imprenditrici e il paradosso di una cultura che guarda con diffidenza chi crea lavoro in Calabria, mentre esalta chi lo fa altrove.
Miniera inesplorata
Deborah Valente ha ribadito una convinzione maturata nel tempo: “La Calabria è una miniera. Il turismo può essere la sua più grande ricchezza.” Dopo anni trascorsi fuori regione, l’imprenditrice ha deciso di rientrare e investire nel territorio, facendo crescere anno dopo anno la propria attività e aprendola al mercato internazionale. Eppure, la bellezza di luoghi come Tropea – definita una delle mete più ambite – non basta. “La Calabria è poco conosciuta nel mondo”, spiega Valente, sottolineando che il primo ostacolo è far arrivare i turisti per la prima volta. Una volta qui, l’esperienza si rivela sempre sorprendente.

Pregiudizi e resistenze
L’imprenditrice non nasconde le difficoltà del fare impresa in Calabria. Criminalità e paura: “Viviamo episodi violenti nella quotidianità, e serve coraggio per affrontarli e denunciare.” Sospetto istituzionale: le imprese che crescono vengono spesso guardate con diffidenza, invece che con sostegno. Pregiudizio culturale: “Se fai impresa fuori regione sei una persona perbene, se la fai qui qualcosa non va.” E poi il sessismo radicato: essere donna e imprenditrice significa dover dimostrare il doppio, se non il triplo, rispetto agli uomini. Questa è la Calabria degli “imprenditori tra due fuochi”: da una parte la criminalità da denunciare e allontanare, dall’altra quelle istituzioni che, invece di agevolare, spesso complicano.
La scoperta di Zungri
Una delle storie più significative raccontate da Valente riguarda le Grotte di Zungri. Da luogo dimenticato e pericoloso, è diventato tappa turistica richiesta e apprezzata grazie a investimenti, collaborazioni con il territorio e creazione di esperienze autentiche come degustazioni di prodotti tipici. Un modello di rigenerazione possibile, che dimostra quanto la Calabria possa offrire se supportata da visione e determinazione.

Infrastrutture assenti
Uno dei temi più critici sollevati dall’imprenditrice riguarda i trasporti: “Mancano i voli per la Calabria dal mondo. Questo ci limita enormemente.” Una mancanza che non solo frena l’arrivo di nuovi turisti, ma ostacola l’espansione del mercato. Nonostante ciò, Deborah Valente continua a promuovere la regione partecipando a fiere internazionali, creando network e raccontando una Calabria autentica e unica.
Politica e formazione
Per l’imprenditrice, la responsabilità della politica è enorme: assenza di strategie strutturate, scarsa consapevolezza del potenziale turistico, mancanza di dialogo con gli operatori del settore. Stesso discorso per la formazione, ancora troppo superficiale e stagionale. Servono scuole e università capaci di preparare professionisti qualificati e motivati, non semplici lavoratori estivi.

Il messaggio finale
L’appello di Valente al futuro presidente della Regione è chiaro: “Coinvolgete i tecnici, ascoltate chi lavora sul campo. Non rimanete chiusi nelle stanze del potere.” E ai giovani calabresi: “Fate impresa qui, senza compromessi. Serve coraggio, ma la Calabria ha bisogno di voi.”
Speranza e denuncia
Le parole di Deborah Valente non sono semplicemente un racconto di successo imprenditoriale, ma un manifesto critico verso una terra che ama e che la fa soffrire. Una Calabria capace di sorprendere il mondo, ma che ancora deve imparare a fidarsi dei suoi talenti.


