La Squadra Mobile di Milano ha fermato nella notte tra venerdì 6 e sabato 7 Giuseppe Calabrò, 74 anni, originario di San Luca, figura storica della criminalità calabrese e già condannato all’ergastolo per il rapimento e l’omicidio di Cristina Mazzotti. L’uomo era tornato in libertà dopo la sentenza di primo grado emessa pochi giorni fa dalla Corte d’Assise di Como. Secondo la Procura, il rischio di fuga era concreto e immediato: Calabrò aveva già prenotato un volo diretto a Reggio Calabria per la mattina successiva.
Il fermo nella notte
L’operazione è scattata su disposizione dei pm Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola. Gli investigatori hanno agito prima che l’uomo potesse lasciare la Lombardia, bloccandolo al termine di un monitoraggio serrato dei suoi spostamenti. Nel decreto di fermo viene sottolineata la disponibilità di appoggi e risorse in grado di garantirgli protezione e latitanza, tra il Nord e la Calabria.
Il sequestro che sconvolse l’Italia
Cristina Mazzotti aveva appena 18 anni quando fu rapita il 1° luglio 1975 a Eupilio, nel Comasco. Dopo giorni di prigionia in una buca sotterranea nel Novarese, morì in condizioni disumane, stordita da dosi massicce di tranquillanti. Un sequestro, secondo gli inquirenti, voluto dalla ’ndrangheta, che segnò una delle pagine più drammatiche della stagione dei rapimenti a scopo di estorsione. La Corte d’Assise di Como ha inflitto l’ergastolo a Calabrò e a Demetrio Latella per concorso nell’omicidio volontario aggravato. Prescritto invece il sequestro di persona. Assolto un terzo imputato. I due condannati dovranno anche risarcire i familiari della vittima con una provvisionale di 600mila euro ciascuno ai fratelli di Cristina.
I legami con la ’ndrangheta al Nord
Il nome di Calabrò compare anche nell’inchiesta antimafia “Doppia Curva” della Dda di Milano, che ha fatto emergere i rapporti tra clan calabresi e ambienti della criminalità organizzata nel Nord Italia. Gli investigatori lo descrivono come un uomo capace di muoversi in posizione dominante nei rapporti con le cosche, confermando il radicamento della ’ndrangheta anche in contesti insospettabili, compresi quelli legati al tifo organizzato di grandi squadre lombarde. Il fermo di Milano chiude – almeno per ora – ogni ipotesi di fuga e riporta dietro le sbarre uno dei protagonisti di uno dei sequestri più atroci della storia criminale italiana. Una vicenda che, a cinquant’anni di distanza, continua a restituire il peso lungo della violenza mafiosa.


