Alle 3:30 del 19 dicembre 2019 bussano alla porta. Sette uomini tra carabinieri e Dda entrano in casa. “Abbiamo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere”. Per Gianluca Callipo, allora sindaco di Pizzo Calabro e dirigente locale del Partito Democratico, è l’inizio di un incubo giudiziario dentro la maxi-operazione Rinascita-Scott, coordinata dall’allora procuratore capo della Dda di Catanzaro Nicola Gratteri. L’accusa è gravissima: concorso esterno in associazione mafiosa. Con lui, altre 333 persone. La Procura chiederà 18 anni di carcere.
In studio, su Rete 4, Callipo ricostruisce quei minuti: “Pensavo a un’emergenza di Protezione civile. Mai avrei immaginato un’accusa del genere. Ho fatto una valigia convinto che sarei tornato dopo poche ore”. Non tornerà per sette mesi.
Il carcere, l’alta sicurezza e la figlia che piange
Il servizio trasmesso da Dritto e Rovescio, condotto da Paolo Del Debbio, ripercorre la vicenda con immagini e testimonianze. Tra queste, le parole dell’ex moglie di Callipo: la bambina che piange per una settimana, la casa invasa da avvocati e familiari, l’equilibrio familiare sconvolto. Callipo viene trasferito in alta sicurezza nel carcere di Cosenza, “come i peggiori mafiosi”. Un paradosso che lui stesso sottolinea: “Fuori non conoscevo quelle persone. Le ho incontrate dentro”. Racconta l’impatto più duro: “Passare dall’essere una persona credibile, sindaco rieletto, presidente Anci Calabria, a diventare uno le cui parole non valgono nulla. Qualunque cosa dicessi era quella di un criminale accertato”.
La Cassazione: nessuna prova, nemmeno gravi indizi
Dopo sette mesi, la libertà. Poi un processo lungo quasi sei anni. La Cassazione scrive parole pesanti: non solo mancano le prove, ma non vi sono nemmeno gravi indizi di colpevolezza. Alla fine arriva l’assoluzione definitiva “per non aver commesso il fatto”. Non solo lui: 131 imputati assolti in primo grado nell’ambito dell’operazione. Una ferita che si allarga al tema della custodia cautelare e degli errori giudiziari. Dal 2018 al 2024 lo Stato ha speso 220 milioni di euro per ingiuste detenzioni. Il record proprio in Calabria.
Il risarcimento? Meglio Le scuse
In studio, Paolo Del Debbio gli chiede del risarcimento economico. La risposta è netta, senza rancore ma con fermezza: “Probabilmente il risarcimento maggiore sarebbe sentire chi ha formulato queste accuse infondate chiedere scusa. Sarebbe un risarcimento ben più grande di quello economico”. Parole che pesano. Perché arrivano dopo mesi di alta sicurezza, dopo la richiesta di 18 anni, dopo la gogna mediatica. Callipo non parla di vendetta. Parla di dignità. Di riconoscimento dell’errore.
Una ferita che resta
“Sono casi di malagiustizia, se così possiamo definirli”, dice in trasmissione. “Siamo stati arrestati sulla base di accuse che poi si sono rivelate infondate. E prima del processo sui giornali ci sono solo gli atti della Procura, non la difesa”. Il passaggio più amaro riguarda il rapporto con lo Stato: “Io ero un uomo delle istituzioni. Credevo nello Stato. Vedere che il quadro accusatorio veniva considerato così chiaro da non dovermi nemmeno ascoltare è stato devastante”. Oggi Gianluca Callipo è un uomo assolto. Ma resta il peso di quei sette mesi e di un processo lungo sei anni. E resta una frase che è più di una richiesta: è una sfida civile. Il vero risarcimento? Le scuse di chi mi ha fatto arrestare”.


