Parole nette, senza sconti. Nicola Gratteri lega la lotta alle mafie alla qualità della democrazia, alla scuola come argine civile e al dovere dei cittadini di non voltarsi dall’altra parte. L’intervista firmata da Paolo Cuomo sulla Gazzetta del Sud online arriva in un momento politicamente sensibile: alle porte c’è la campagna referendaria sulla separazione delle carriere dei magistrati, tema che tocca direttamente l’equilibrio della giustizia e il rapporto tra poteri dello Stato. In questo contesto, il procuratore di Napoli sceglie di riportare il dibattito sul terreno sostanziale: la lotta alle mafie non si vince con le sole riforme istituzionali né con gli arresti eccellenti, ma spezzando il consenso sociale che alimenta le organizzazioni criminali. Per Nicola Gratteri la ’ndrangheta resta prima di tutto un fatto culturale. Criminale per i reati che commette, ma profondamente radicata in un sistema di valori distorti dove il silenzio diventa prudenza, il favore sostituisce il diritto e il boss conquista più rispetto di un insegnante. È lì che si annida la vera forza delle cosche.
Calabria come origine del problema
Gratteri rivendica la necessità di partire dalla Calabria, non per folklore o vittimismo, ma perché è nelle radici sociali e familiari che la ’ndrangheta continua a rigenerarsi, pur essendo ormai una potenza criminale globale. Guardare in faccia la realtà, dice, significa smettere di pensare che il problema riguardi sempre “gli altri” e assumersi la responsabilità delle scelte quotidiane. Un passaggio che suona come un richiamo civile in una stagione in cui il dibattito pubblico rischia di ridursi a slogan sulla giustizia, mentre sul territorio continuano a pesare omertà, connivenze e scorciatoie.
La scuola primo presidio di legalità
Nel ragionamento di Gratteri la scuola è l’argine decisivo. Non semplice luogo di istruzione, ma spazio in cui si forma lo spirito critico e si interrompe la trasmissione ereditaria della mentalità mafiosa. Un ragazzo che impara a scegliere, sottolinea, difficilmente diventerà suddito di una cosca. È una visione che chiama in causa lo Stato nella sua funzione più alta: educare alla libertà. Senza questo investimento, ogni intervento repressivo resta monco.
Responsabilità collettiva che fa paura
Uno dei passaggi più duri dell’intervista riguarda il concetto di responsabilità collettiva. La mafia non esiste solo per colpa dei mafiosi, avverte Gratteri, ma vive grazie all’indifferenza, al silenzio, alla convenienza di una parte della società. Anche il “non mi riguarda” diventa complicità. È un messaggio che sposta il problema dal solo piano giudiziario a quello civile e politico, proprio mentre si discute di riforme che rischiano di trasformare la giustizia in terreno di scontro ideologico.
Stato presente o spazio alle cosche
Istruzione, lavoro pulito, istituzioni credibili: per Gratteri sono le tre condizioni indispensabili per togliere ossigeno al consenso mafioso. Dove manca lo Stato, la ’ndrangheta si sostituisce. Dove manca il lavoro, offre soluzioni criminali. Dove domina l’ignoranza, riscrive le regole del mondo. La repressione resta necessaria, ma senza prevenzione sociale e culturale non basta. Un’affermazione che pesa nel dibattito sulla separazione delle carriere: il problema non è solo l’assetto delle toghe, ma la capacità complessiva dello Stato di essere vicino ai cittadini e degno di fiducia.
Legalità come normalità, non come eroismo
Gratteri tocca infine uno dei nodi più profondi: in Calabria – e non solo – rispettare le regole è stato a lungo percepito come qualcosa da ingenui. Una vittoria culturale della mafia che ha trasformato la scorciatoia in virtù. Ribaltare questa logica è la vera sfida. La legalità non come gesto eroico, ma come condizione normale dello sviluppo. E qui il procuratore lancia un monito alle istituzioni: chi denuncia non può essere lasciato solo. Quando lo Stato tradisce il coraggio dei cittadini, perde credibilità e consegna terreno alle cosche. L’intervista della Gazzetta del Sud fa un passo in avanti: non è solo una riflessione sulla ’ndrangheta, ma un richiamo alla qualità della democrazia italiana nel momento in cui si prepara a discutere di riforme cruciali per la giustizia.
Gratteri ricorda, senza retorica, che nessun cambiamento istituzionale potrà funzionare se non si spezza il patto sociale – spesso silenzioso – che permette alle mafie di prosperare. La battaglia non si gioca solo nei tribunali, ma nelle scuole, nelle scelte quotidiane, nel coraggio civile di una comunità che decide da che parte stare. (foto web)


