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“I medici cubani non si toccano”: la Calabria nel braccio di ferro con gli Usa

Dallo striscione davanti al Colosseo al caso diplomatico con Washington: il futuro dei 400 camici bianchi arrivati da Cuba agita la politica e riaccende il dibattito sulla fragilità strutturale della sanità calabrese

“I medici cubani in Calabria non si toccano”. La frase campeggiava ieri mattina su uno striscione esposto davanti al Colosseo, nel cuore di Roma. A promuovere l’iniziativa sono stati i militanti della Rete dei Comunisti, schierati apertamente dalla parte di Cuba nel nuovo capitolo di tensione con gli Stati Uniti.

Il riferimento è al braccio di ferro che coinvolge indirettamente anche la Calabria e l’accordo siglato nel 2022 tra la Regione e la società Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, grazie al quale circa 400 medici dell’isola caraibica sono arrivati negli ospedali pubblici calabresi durante l’emergenza Covid e nei mesi successivi.

Oggi, però, quello che era nato come intervento straordinario per tamponare una carenza cronica rischia di trasformarsi in un nuovo terreno di scontro geopolitico.

Il braccio di ferro internazionale

Gli Stati Uniti, da sempre in rapporti tesi con Cuba, hanno espresso contrarietà ai programmi di cooperazione sanitaria che coinvolgono medici cubani all’estero. L’obiettivo dichiarato è quello di isolare ulteriormente L’Avana, scoraggiando governi e istituzioni dall’utilizzare personale sanitario inviato dal regime cubano.

In questo scenario, la Calabria si trova in una posizione delicata. I circa 400 professionisti oggi in servizio rappresentano una quota essenziale della forza lavoro in diversi presìdi ospedalieri, soprattutto nelle aree più periferiche e nei reparti a maggiore sofferenza. Senza di loro, molte strutture rischierebbero di ridurre drasticamente i servizi o di chiudere interi reparti. Il timore, sempre più concreto, è che le pressioni internazionali possano tradursi in un rientro anticipato dei medici, aprendo un vuoto difficilmente colmabile nell’immediato.

L’inedita convergenza politica

C’è però un elemento politico che rende questa vicenda ancora più singolare. Mai come in questa occasione il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, e i comunisti si ritrovano, di fatto, sulla stessa linea. Da una parte la Rete dei Comunisti che difende apertamente l’esperienza cubana e denuncia le pressioni americane; dall’altra il governatore di centrodestra che, pur da una posizione istituzionale e distante ideologicamente anni luce, ha più volte ribadito la necessità di mantenere in servizio i medici arrivati dall’isola.

Un paradosso politico che racconta bene la gravità della situazione sanitaria calabrese. In questo caso, l’interesse pragmatico sembra prevalere sulle appartenenze. Anzi, per certi versi, il presidente Occhiuto ha colto al volo questa posizione, facendone una battaglia di difesa dell’autonomia regionale e della continuità assistenziale. Non è una questione ideologica, ma di sopravvivenza del sistema.

La sanità calabrese tra emergenza e immobilismo

Ma la questione non è soltanto diplomatica. È soprattutto strutturale. L’arrivo dei medici cubani è stato presentato fin dall’inizio come una misura straordinaria, necessaria per fronteggiare una carenza drammatica di personale. A distanza di anni, però, quella soluzione temporanea è diventata una stampella permanente.

E qui si alzano le polemiche. Perché mentre si discute di pressioni americane e di equilibri internazionali, in Calabria non si vedono riforme incisive per rendere più attrattivo il sistema sanitario regionale. Non si interviene sulle regole di reclutamento per accelerare concorsi e assunzioni. Non si procede con una riorganizzazione efficace del personale interno. Non si affronta con decisione il nodo degli “imposcati” negli uffici amministrativi rispetto ai reparti in emergenza così come nessuno fa nulla per fare piena luce, e in maniera definitiva sulle invalidità dei sanitari dove si registrano percentuali da record in alcune realtà.

Prestazioni aggiuntive e stabilizzazioni

Intanto si continuano a pagare cifre ingenti per prestazioni aggiuntive e straordinari, mentre dove sarebbe possibile stabilizzare e assumere, tutto resta fermo. Un cortocircuito che alimenta il sospetto di molti osservatori: la vicenda internazionale rischia di diventare un alibi perfetto per giustificare un sistema che, senza interventi strutturali, continuerà a peggiorare.

Lo striscione davanti al Colosseo lancia uno slogan. La realtà, però, impone una scelta: trasformare l’emergenza in riforma o continuare a inseguire soluzioni tampone. Perché al di là delle tensioni tra Washington e L’Avana, la sanità calabrese non può restare ostaggio né della geopolitica né dell’immobilismo interno.

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