Il poliziotto Rodolfo Ruperti torna a Vibo dopo 18 anni

Si insedia l'8 aprile il nuovo Questore di Vibo. In passato a capo della Mobile sferrò insieme a Marisa Manzini i primi attacchi al clan Mancuso

Conosce la Questura di Vibo Valentia come nessun altro. Conosce, soprattutto, gli uffici del piano terra, quelli della Squadra Mobile. Dove per circa sei anni ha trascorso notte e giorno. In quelle stanze studiava atti, costruiva indagini, fissava obiettivi, definiva strategie, spiegava ai suoi uomini i bersagli da monitorare, alzava l’asticella giorno dopo giorno.

Rodolfo Ruperti torna a Vibo dopo 18 anni. Torna da Questore dopo avere dato tutto. Il suo lavoro è sotto gli occhi di tutti. La lotta alla criminalità mafiosa il suo marchio distintivo: da Vibo a Caserta, da Catanzaro a Palermo. Non è stato un cammino semplice. Ha lottato non solo la criminalità mafiosa ma anche tutti coloro i quali hanno provato a fermarlo, a distrarlo dalle indagini più scottanti e non sono stati pochi. A chi lo ostacolava ha risposto con il lavoro; ha dimostrato già nel 2003 che abbattere il casato dei Mancuso, la potente ‘ndrangheta di Limbadi, era possibile. Bastava solo volerlo. Fino a quel momento nessuno aveva osato: la ’ndrangheta dominava, sparava, ammazzava quando e come voleva. Le estorsioni erano la regola, i boss garantivano il sistema. Lo Stato non c’era. I poteri forti scendevano a patti, certa massoneria faceva il resto.

Rodolfo Ruperti torna a Vibo dopo 18 anni. Torna da Questore dopo avere dato tutto. Il suo lavoro è sotto gli occhi di tutti. La lotta alla criminalità mafiosa il suo marchio distintivo: da Vibo a Caserta, da Catanzaro a Palermo. Non è stato un cammino semplice. Ha lottato non solo la criminalità mafiosa ma anche tutti coloro i quali hanno provato a fermarlo, a distrarlo dalle indagini più scottanti e non sono stati pochi. A chi lo ostacolava ha risposto con il lavoro; ha dimostrato già nel 2003 che abbattere il casato dei Mancuso, la potente ‘ndrangheta di Limbadi, era possibile. Bastava solo volerlo. Fino a quel momento nessuno aveva osato: la ’ndrangheta dominava, sparava, ammazzava quando e come voleva. Le estorsioni erano la regola, i boss garantivano il sistema. Lo Stato non c’era. I poteri forti scendevano a patti, certa massoneria faceva il resto.

La lotta al clan Mancuso

Ruperti dimostrò in pochi anni che il contrasto allo strapotere dei Mancuso era possibile. Toccò con mano quanto quel cammino sarebbe stato difficile. Erano gli anni in cui nelle audizioni antimafia sindaci e politici ripetevano che a Vibo la mafia non esisteva.

Il primo attacco lo sferrò nel 2003, mettendo a segno l’operazione denominata “Dinasty – Affari di famiglia” sotto il coordinamento di una giovane sostituta della Dda di Catanzaro, Patrizia Nobile, mandata via subito dopo senza che nessuno abbia mai ritenuto opportuno dare spiegazioni, benché alla Distrettuale la carenza di magistrati era un male cronico.

Marisa Manzini

“Dinasty – Affari di famiglia”, fu un’operazione che sconvolse i piani di quanti fino a quel momento immaginavano che i Mancuso erano intoccabili. Partirono ben 215 richieste cautelari ma il gip ne accolse 62. Un processo difficile, portato avanti da un’altra donna, Marisa Manzini, che in quel momento raccolse quella sfida che porta avanti ancora oggi, in silenzio e a fari spenti. Un percorso costellato di ostacoli, di colpi bassi, tentativi di delegittimazione e minacce. Una donna coraggiosa che si caricò sulle spalle il primo processo vero al clan Mancuso.

L’intesa con Marisa Manzini

E sull’asse Dda-Mobile di Vibo, sulla piena sintonia Ruperti-Manzini, si gettarono le basi per altre operazioni contro le cosche del Vibonese. Sbocciò una nuova stagione che andò avanti per circa sei anni. Furono assestati colpi durissimi alle organizzazioni criminali nonostante l’esiguità di uomini e mezzi: un solo magistrato a Catanzaro e una Squadra Mobile di pochi uomini a Vibo, ma donne e uomini cocciuti che hanno gettato il cuore oltre ogni ostacolo.

Furono anche gli anni in cui Ruperti e la Dda ebbero anche la conferma che battere la ’ndrangheta ed i Mancuso non sarebbe stato facile. Connivenze e collusioni, paura e ricatti rappresentavano il filo di ferro che per decenni avevano legato il sistema criminale a quello politico e imprenditoriale. Un terreno paludoso dentro il quale si muoveva la Squadra di Rodolfo Ruperti e la Dda che aveva sul territorio vibonese Marisa Manzini quale magistrato di riferimento.

Le pesanti collusioni

Una lotta impari perché a distanza di poco tempo il “sistema Vibo” mostrò tutte le su crepe con ombre pesanti che offuscarono l’immagine di giudici, magistrati, avvocati, poliziotti, sott’ufficiali dell’Arma dei carabinieri e un Procuratore della Repubblica mandato via dalla magistratura. La verità giudiziaria di quelle inchieste non sempre ha coinciso con le speranze di molti. Una stagione pesante che i vibonesi hanno sopportato in silenzio e che Rodolfo Ruperti, il questore Rodolfo Ruperti, che lunedì prossimo si insedierà a Vibo ha fatto di tutto per combattere.

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