In Calabria oltre 187 mila pensioni di invalidità, è il dato più alto d’Italia: Reggio Calabria sfiora il 15 per cento della popolazione

Il report della Cgia di Mestre certifica un primato che nessun’altra regione registra. Tra crisi occupazionale e fine del Reddito di cittadinanza, il sistema di assistenza è sotto pressione

In Calabria l’invalidità non è più soltanto una categoria sanitaria: è diventata un indicatore sociale. Misura il grado di fragilità di un territorio che, da decenni, convive con disoccupazione cronica, servizi carenti e una rete di protezione pubblica sempre più sotto stress. I numeri diffusi dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre non raccontano solo una statistica, ma mettono a nudo una distorsione strutturale che riguarda l’intero Mezzogiorno e che in Calabria assume dimensioni record. A fotografare questa realtà è anche un articolo pubblicato stamane sulla Gazzetta del Sud a firma di Giovanni Pastore, che porta all’attenzione nazionale un’anomalia difficile da ignorare.

Il primato che nessuno rivendica

Il primato che nessuno rivendica

Oltre il 13 per cento dei calabresi percepisce un assegno di invalidità. A Reggio Calabria si arriva a sfiorare il 15 per cento, il dato più alto d’Italia. Tutte le province – da Vibo Valentia a Crotone, da Catanzaro a Cosenza – superano il 12 per cento e occupano stabilmente la parte alta delle classifiche nazionali. Non è un semplice effetto dell’invecchiamento della popolazione o della povertà diffusa. In altre aree del Paese, con più abitanti e un tessuto produttivo più complesso, l’incidenza è quasi dimezzata. Qui, invece, il ricorso alle prestazioni di invalidità è diventato una costante di massa.

La “staffetta” con il Reddito di cittadinanza

Tra il 2020 e il 2024 è successo qualcosa di significativo: mentre le pensioni di invalidità previdenziali diminuivano in tutta Italia (-14,5%), quelle civili aumentavano (+7,4%), soprattutto nel Sud. Nello stesso periodo, il Reddito di cittadinanza veniva progressivamente smantellato. Ufficialmente non esiste un legame tra i due strumenti. Nei territori segnati da lavoro nero, mancanza di opportunità e precarietà endemica, però, la coincidenza temporale pesa come un macigno. L’invalidità civile rischia di essere diventata, per molti, una forma di sostituzione silenziosa di un sostegno al reddito scomparso.

Un diritto che rischia di essere piegato

In Calabria il welfare ha spesso dovuto supplire all’assenza di politiche attive del lavoro e alla debolezza della sanità territoriale. Così un diritto sacrosanto – la tutela delle persone realmente non autosufficienti o con gravi patologie – può trasformarsi in una scorciatoia sociale, caricata di funzioni che non le competono. Non è una prova di abuso generalizzato. Ma è un contesto che alimenta sospetti, sfiducia e tensioni, soprattutto verso chi l’invalidità la vive davvero. I controlli sono irregolari, le frodi accertate rappresentano una minoranza, ma bastano a dimostrare che il sistema è vulnerabile.

I numeri che non tornano

A livello nazionale le truffe previdenziali valgono decine di milioni di euro ogni anno. Ma il vero problema è l’asimmetria territoriale: il Mezzogiorno, con tre quarti della popolazione del Nord, registra mezzo milione di pensioni di invalidità civile in più. In Calabria questo si traduce in 187.802 prestazioni erogate per un costo annuo di 1,15 miliardi di euro. Una massa di risorse enorme per una regione povera, che però non si trasforma in sviluppo, lavoro o servizi migliori.

Questione politica che nessuno affronta

Il report della Cgia non è una sentenza, ma indica una tendenza precisa. L’invalidità civile, in un territorio privo di alternative, rischia di diventare una forma di reddito di sopravvivenza, più che uno strumento di tutela sanitaria. Qui sta il nodo politico vero: senza occupazione, senza sanità territoriale efficiente e senza politiche sociali credibili, il welfare viene piegato a funzioni improprie. E così, invece di ridurre le disuguaglianze, finisce per fotografarle. E cristallizzarle.

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