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La città per le donne

Il mondo è cambiato occorre accorgersene

Da una città nata soprattutto per le esigenze maschili, molto focalizzati sull’economia, occorre ripensare i quartieri per quanto riguarda la qualità dell’abitare, del comfort, la flessibilità d’uso, e gli spazi per lo Smart working e della sicurezza.

 

La città nella storia del tutto maschile

La città della preistoria a quella romana per poi passare a quella rinascimentale radiocentrica e quella ottocentesca della rivoluzione industriale è stata pensata e costruita per il maschio, da cui è scaturita la città attuale nel corso del XIX° e XX° secolo.

Su qualsiasi città, se ne osserviamo una foto aerea, vediamo che sono presenti zone molto diverse tra loro per tipologia di edifici, di spazi aperti, per la presenza del verde o di particolari attività. La città non è quindi un luogo omogeneo, bensì un luogo disomogeneo, all’interno del quale possiamo distinguere zone molto differenti: il centro urbano, i quartieri esterni e la periferia a misura di un gruppo sociale maschile, quasi sempre bianco, cisgender, eterosessuale e abile. Le città sono costruzioni sociali complesse che riflettono la visione culturale dei suoi abitanti, ma soprattutto di chi l’ha costruita.

Nella sostanza si può semplificare che la donna vuole una città atta al sociale, perché è fortemente utilizzatrice della città mentre il maschio una forma urbana  che semplifichi l’economia.

 

Sostenibilità ambientale e sociale

La pandemia di Covid-19 ha evidenziato, come salute e benessere diventano temi centrali, emergenziali allo stesso livello dell’allarme ambientale ed, in qualche modo collegati. Infatti, risulta evidente che molti fattori determinanti per l’emergenza ambientale e la fragilità personale hanno dimensioni che si articolano in particolar modo nelle città: salute, mobilità, consumi energetici, inquinamento, economia, cultura ed altri ancora. Le città sono pertanto da un lato il nodo di molte problematiche da risolvere, ma dall’altro il luogo in cui molte delle opportunità si possono cogliere, anche quelle legate alla ripresa economica.

La potenzialità di ripensare gli ambienti di vita tenendo conto allo stesso tempo dell’ambiente e delle persone deve essere il driver principale, sui quali le Amministrazioni devono essere in grado di riversare risorse rilevanti.

La città diventata inospitale

Le città moderne sono spesso criticate per essere progettate “a misura di maschio”, ovvero basate sui ritmi e sulle esigenze maschili tradizionali (spostamenti diretti casa-lavoro). Questo modello penalizza le donne, che gestiscono la maggior parte dei lavori di cura e necessitano di percorsi multi-tappa, meno accessibili nei quartieri monofunzionali. Questi quartieri costringono a tappe forzate le donne per usufruire dei servizi, molto spesso l’uno lontano dall’altro.

Negli ultimi decenni la qualità della vita nei centri urbani ha iniziato a scendere vertiginosamente.

Le grandi città faticano a combattere il degrado, un’edilizia selvaggia e incontrollata ha spesso ridotto interi quartieri in veri e propri alveari, grigi e inospitali, all’interno dei quali si annida il malessere di intere comunità.

Piazze e viali, da centro della socialità, si sono trasformati in giungle di traffico pronte a contaminare ogni metro cubo di aria pulita e ad inghiottire anche il più impavido dei ciclisti.

Sono i centri commerciali e i grandi magazzini, che sorgono in massa nelle “economiche” periferie urbane, i nuovi centri della vita degli abitanti. Un tessuto economico dominato dai centri commerciali e dai grandi magazzini ha spogliato interi centri storici urbani dalla storia di artigiani, commercianti e piccole botteghe.

Ricominciare a camminare, o a pedalare, di più nei centri urbani permetterebbe di strapparli al degrado.

L’inospitalità è stata registrata anche nelle statistiche, la ricerca “Spatium Urbis” rileva che a Roma oltre il 73 per cento delle donne prova paura o disagio nei mezzi pubblici, per il 40% delle donne la scelta del mezzo di trasporto è influenzata dall’insicurezza e dalla paura.

 

Problematiche femminili

Le donne misurano la qualità dei servizi pubblici, l’accessibilità dei luoghi, la vita domestica, la qualità dei luoghi di lavoro, la distribuzione della rete commerciale, l’organizzazione dei tempi e degli orari. Vivono la città dei bambini e conoscono la qualità dei servizi scolastici, la città dei giovani e dei luoghi di incontro, la città della famiglia e dei servizi sociali, la città del lavoro e dello svago, la città degli anziani e dell’assistenza. Sono particolarmente sensibili alla qualità dell’ambiente, alla mobilità sostenibile ed infine alla sicurezza personale.

 

Gli Stati generali delle donne (Matera 2019) hanno nella sostanza richiesto

  • Maggiore autonomia alle donne di stabilire le modalità di lavoro
  • Ricostruire le città più vivibili, sicure e flessibili a misura di donna
  • Piano Strategico per le Pari “opportunità”
    • Migliorare la vivibilità degli spezi urbani degradati,
    • Garantire livelli di sicurezza a misura di donna

Dagli stati generali sono stai sviluppati alcuni progetti come “Torino città al femminile” per Bellezza, benessere, inclusione, e poi “Abitare al Femminile” di  Lecce per Partecipazione cittadina per la rigenerazione.

La mappa della città femminile

Leslie Kern, geografa femminista canadese, ha compilato la mappa ideale per la città femminile, è un atlante del possibile. L’atlante è formato da spazi pubblici gioiosi, accessibili, sicuri dove la gente può incontrarsi e trascorrere del tempo assieme. Un esempio classico è quello delle “15 minutes city”, un modello di sviluppo urbanistico in cui ognuno può avere tutti i servizi di cui ha bisogno, alla distanza massima di 15 minuti a piedi o in bici  (Gian Marco Revel su ingenio-web).

 

Cambiare la città

C’è ora la consapevolezza che gli ambienti di vita devono essere almeno in parte ripensati:

qualità dell’abitare, comfort, flessibilità d’uso, spazi per lo smart working, sono solo esempi che tutti abbiamo imparato a conoscere in questi mesi. Il primo è senz’altro quello della rigenerazione urbana, nella sua concezione più ampia ed integrata. Partendo dalla necessità di riqualificare il parco costruito esistente, ma anche pensando al verde, alle periferie, agli spazi comuni ed ai servizi.

 

Piano strategico per le pari opportunità  

che definisca obiettivi SMART (specifici, misurabili, realizzabili) per promuovere l’inclusione di genere, equità salariale e conciliazione vita-lavoro. Abbiamo visto che le donne hanno percorsi di mobilità diversi dagli uomini, diverso uso quotidiano della città, pertanto occorre concepire lo spazio urbano flessibile e capace di rispondere alle necessità dei diversi soggetti.

 

La tecnologia

Anche l’innovazione digitale sta avendo un ruolo centrale, sia per supportare il benessere e la salute delle persone fragili nelle loro case, sia nel dare la forza muscolare alle donne (vedi l’uso degli esoscheletri). Quest’ultima situazione è quella che sta portando il rapporto fra maschio e donna alla parità se non predominante per quest’ultima, che non si sente più minoritaria per tutti gli ausili tecnologici e per l’uso sua sensibilità in modo preponderante.

 

La telemedicina 

esiste da tempo, ma non è mai stata fattivamente applicata anche per la mancanza di modelli di business che la rendessero sostenibile. In futuro è necessario spostare risorse dalla sanità centralizzata alla medicina del territorio e questo può essere significativamente facilitato dalle nuove tecnologie.

 

La mobilità

Al riguardo sono state fatte molte proposte, soprattutto sulla mobilità attiva ciclo-pedonale come soluzione di breve periodo. Ma non basta: occorre ripensare la mobilità pubblica in modo che questa sia sicura in ogni luogo ed in ogni condizione, e per far questo ci vogliono risorse importanti. Inoltre, occorrono investimenti che possano favorire in modo nuovo la sharing mobility e la mobilità sostenibile: se ne parla da tempo, ma ancora molto c’è da fare ricordando non solo che la tecnologia può aiutare, ma che questo è un settore che nel medio periodo si potrà ripagare ed auto-sostenere.

 

Partecipazione

Solitamente la donna vuole l’ultima parola per cui è necessario coinvolgere i cittadini nella co-progettazione delle soluzioni da adottare allo spazio dell’abitare e alla sfera domestica, così da sottolinearne il ruolo di dominio attivo su corpi e soggettività, sceglie di affrontare una disamina di casi studio esistenti, contro-modelli che, nella storia dell’architettura o nella contemporaneità.

Arch. Domenico Santoro
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