Maida: “L’accoglienza come unico antidoto allo spopolamento delle aree interne”

Secondo il presidente dell'Associazione Radici Mediterranee, "il modello Riace rappresenta l'unica via per far rinascere i paesi isolati"

Un quadro “desolante”, segnato da un numero di abitanti “più che dimezzato in settant’anni” e dallo spettro di una “totale cancellazione antropica entro il prossimo decennio”. È l’allarme emerso nelle ultime settimane nei dibattiti sullo spopolamento che stanno interessando diversi comuni della provincia. Una crisi “strutturale” che “richiede soluzioni immediate e radicali, lontane dalle logiche dell’emergenza momentanea”.

A dare una dimensione numerica e scientifica a questo declino è stato Giovanni Durante, dell’Osservatorio regionale demografico, durante un recente convegno a Dinami. I dati presentati sono una fotografia “impietosa” del territorio: i nove comuni dell’Alto Mesima sono passati in settanta anni da 30.002 a 13.075 abitanti (calo del 56,42%), mentre i dodici centri delle Serre oggi contano appena 17.338 anime, il 55,61% in meno. A questo si aggiunge lo “tsunami demografico” della piramide generazionale, che vede i giovani ridotti a 3.458 unità a fronte di ben 8.544 anziani.

La posizione di Radici Mediterranee

Di fronte a questa imminente desertificazione, la reazione del mondo associazionistico è chiara. A indicare una strada precisa è Antonio Maida, presidente dell’Associazione Radici Mediterranee: “L’unico antidoto per far rinascere i paesi delle aree interne è rappresentato dall’accoglienza”, dichiara. “Parliamo di un’esperienza che rispetta la dignità e le storie dei migranti che giungono in terre sempre più povere di persone”. Per Maida, non si tratta di una “teoria astratta”, ma di una pratica “già collaudata sul territorio calabrese. Nel 1998 Riace stava morendo”, ricorda il presidente dell’associazione. “Le botteghe chiudevano una dopo l’altra, la scuola rischiava di spegnere per sempre le sue luci e c’erano solo case vuote che aspettavano voci di bambini. Poi arrivò il mare a portare salvezza: duecento profughi curdi sbarcarono sulle coste calabresi e trovarono rifugio proprio in quelle case abbandonate”.

La svolta del modello Riace

Il racconto di Maida si concentra poi sulla capacità di trasformare una crisi in una risorsa strutturale. “Domenico ‘Mimmo’ Lucano, un sindaco visionario, trasformò l’emergenza in opportunità”, spiega il portavoce di Radici Mediterranee. “Nacque l’associazione ‘Città Futura’, dedicata a don Giuseppe Puglisi, e con essa il progetto Sprar. Nel tempo, Riace ha accolto 400 rifugiati da oltre 20 nazioni diverse”.

Questo flusso di persone, secondo Maida, “ha generato un immediato impatto economico e sociale”, una formula che l’associazione da lui guidata propone oggi come “soluzione per l’intera area interna della provincia”: “Le botteghe artigiane hanno ripreso vita: ceramisti, tessitori, agricoltori. Il forno del paese, che prima lavorava solo due giorni alla settimana per mancanza di clienti, è tornato a sfornare pane quotidiano”.

Un intreccio di culture e speranza per il futuro

L’obiettivo di Radici Mediterranee è replicare l’aspetto più profondo e cooperativo di quell’esperienza. “Il miracolo più bello è accaduto nel laboratorio di tessitura – evidenzia Antonio Maida – dove donne etiopi e calabresi sedevano fianco a fianco. I loro telai intrecciavano fili di tradizioni lontane, creando tessuti che oggi viaggiano nelle mostre internazionali”.

Un modello che ha dimostrato anche una forte sostenibilità economica. “La Banca Etica finanziò i primi prestiti comunitari”, conclude Maida. “Nascevano cooperative, microimprese, speranza. Mentre i borghi d’Italia si svuotavano inseguendo le città, Riace faceva il contrario: riempiva il silenzio con lingue diverse, colori nuovi, storie antiche che si mescolavano a quelle calabresi. Oggi questo modello è studiato in tutto il mondo ed è l’unica risposta concreta che abbiamo per fermare la desertificazione dei nostri centri”.

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