Ormai è chiaro: non siamo più davanti a un semplice scontro tra il sindaco Enzo Romeo e Meridionale Petroli. Quella fase è superata. Oggi la questione è molto più seria: è diventata una sfida aperta tra un territorio e un’azienda. Tra una comunità che da decenni paga costi altissimi e un soggetto privato che continua a restare nel cuore del porto, come se quel pezzo di città fosse cosa propria.
Il sindaco può avere sbagliato. Ha la colpa di essersi fidato. Anzi, può essersi fidato troppo, può avere mostrato ingenuità politica. Ma questo non cancella il punto decisivo: con quale faccia Meridionale Petroli oggi alza la voce, smentisce, detta i tempi e usa toni pesanti, quasi da concessione ventennale nel cassetto? Evidentemente è sicura di avere un alleato forte nell’Autorità portuale. Ma entrambi debbono sapere che debbono fare i conti con una comunità e un intero consiglio comunale che vogliono voltare pagina. E a palazzo Luigi Razza questi segnali debbono essere colti. E presto!
Nessuna lezione da chi ha inquinato
Qui bisogna essere netti. Un’azienda finita sotto sequestro per inquinamento non può permettersi di impartire lezioni al territorio. Un’azienda che lascia dietro di sé aree compromesse, ferite ambientali ancora aperte, bonifiche mancate e un peso enorme sulla coscienza civile di questa città, non può presentarsi oggi come la parte offesa. L’area ex Basalti e Bitumi è sotto gli occhi di tutti. E non può neppure rifugiarsi dietro il richiamo ai lavoratori, alle famiglie, solo quando conviene.
Perché la verità è semplice e scomoda: nel corso degli anni neppure il sindacato ha mai alzato davvero la voce per difendere fino in fondo l’ambiente, l’incolumità, la salute degli operai e della comunità. Mai una battaglia vera e radicale sul diritto a lavorare in sicurezza. Altro che rispetto. Mai una mobilitazione a difesa del diritto a respirare aria pulita. Mai una mobilitazione all’altezza di ciò che questa comunità ha subito.
Il lavoro non può essere uno scudo
Se oggi Meridionale Petroli richiama i propri dipendenti, allora si faccia finalmente chiarezza fino in fondo. Basta numeri generici, basta evocazioni. Fuori i nomi. Fuori i dati reali. Fuori l’elenco di quanti lavoratori sono realmente di questo territorio, di Vibo Marina, di Vibo Valentia, della provincia. Posto che la delocalizzazione farebbe aumentare i posti di lavoro e nessuno sarebbe a rischio. Perché il lavoro va difeso, sempre. Ma non può diventare uno scudo retorico per coprire tutto il resto: l’inquinamento, i vincoli, le limitazioni, il freno allo sviluppo, il rischio che quella presenza continua a rappresentare.
Un porto bloccato, un mare negato
Nessuno sta “cacciando” Meridionale Petroli. Ammesso che valga a qualcosa ribadire questo concetto. Ma una domanda è inevitabile: perché ostinarsi a restare nel cuore del porto? Perché continuare a occupare un’area strategica che, di fatto, è un ostacolo insormontabile allo sviluppo del porto, del waterfront, della città e della sua vocazione turistica e commerciale?
Perché pretendere di restare lì, mentre quella presenza continua a pesare sulla sicurezza collettiva e a impedire ai vibonesi di vivere pienamente il loro mare, il loro litorale, il loro futuro? Perché un’azienda miliardaria fa intuire solo che la delocalizzazione può avvenire solo se pagata con risorse pubbliche? Il tempo dei profitti è finito.
Ora tocca al territorio
Adesso basta. Questa non è più una questione tra il sindaco e l’azienda. È una questione tra Vibo Marina, il territorio e Meridionale Petroli. Una comunità intera ha il diritto di pretendere ambiente sano, sicurezza, sviluppo, rispetto, verità, trasparenza e una scelta definitiva. Perché Vibo Marina non può più essere trattata come un luogo da occupare, consumare e bloccare. E chi ha lasciato dietro di sé inquinamento, paure e sviluppo negato non può continuare a parlare come se fosse il padrone di casa. Meridionale Petroli non sta sfidando il sindaco. Sta sfidando un territorio intero.


